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PASSAPAROLA - Acqua, da risorsa naturale a fattore di competitività

31/08/26

La Water Resilience Strategy entra nella fase di attuazione. Investimenti, digitalizzazione, innovazione e nuovi obiettivi di efficienza stanno trasformando la politica europea dell’acqua. Una trasformazione che interessa direttamente anche le imprese e i territori italiani e che, in vista del Forum euro-mediterraneo dell’acqua di Roma, assume una particolare attualità.

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Quanta acqua serve per produrre un alimento, un farmaco, un componente industriale o un microchip? E cosa accade quando un’impresa non può più considerare scontata la disponibilità di questa risorsa?


Per molto tempo la politica europea dell’acqua è stata associata soprattutto alla tutela ambientale, alla qualità delle acque e ai servizi idrici. Oggi questa prospettiva si sta ampliando. L’acqua è sempre più considerata anche come un input produttivo, una componente della sicurezza economica e una condizione per la competitività dei territori.

Non è difficile comprenderne le ragioni. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, sulla base dei dati disponibili per il periodo 2000-2022, agricoltura, industria manifatturiera, raffreddamento per la produzione elettrica e approvvigionamento pubblico rappresentano insieme il 98% dei prelievi idrici associati ai principali settori economici dell’Unione europea. Circa il 30% del territorio dell’UE sperimenta inoltre ogni anno condizioni di scarsità idrica stagionale. La capacità di garantire una disponibilità affidabile di acqua e, soprattutto, di utilizzarla in maniera più efficiente sta quindi diventando parte delle condizioni nelle quali le imprese europee producono e investono.

 

È in questo contesto che, nel giugno 2025, la Commissione europea ha presentato la European Water Resilience Strategy, con l’obiettivo di proteggere il ciclo dell’acqua, costruire una water-smart economy e garantire acqua pulita, sicura e accessibile.

A poco più di un anno di distanza, il dossier è entrato nella fase di attuazione.

Nel dicembre 2025 si è tenuto il primo Water Resilience Forum, mentre nel 2026 la Commissione ha avviato una serie di azioni volte a tradurre la Strategia in strumenti più concreti. Tra queste figura la definizione, insieme agli Stati membri e agli stakeholder, di una metodologia comune per misurare l’efficienza idrica.


L’obiettivo europeo è migliorare l’efficienza nell’uso dell’acqua di almeno il 10% entro il 2030. Sulla base della metodologia in preparazione, la Commissione intende sviluppare benchmark comuni in occasione della revisione della Strategia prevista nel 2027.

La logica è quella del principio “water efficiency first”: ridurre innanzitutto la domanda evitabile e i prelievi eccessivi, aumentare l’efficienza, favorire il riuso e considerare l’aumento dell’offerta soltanto dopo aver sfruttato i margini di risparmio e di gestione più efficiente della risorsa.


Anche il riutilizzo dell’acqua sta assumendo un peso crescente. Oggi nell’UE viene riutilizzato appena il 2,4% delle acque reflue, con differenze molto ampie tra gli Stati membri. La Commissione intende favorire un impiego più esteso delle acque reflue trattate, oltre l’irrigazione agricola, anche nella produzione energetica e nei processi industriali.

 

La trasformazione richiederà investimenti considerevoli.


La Banca europea per gli investimenti ha avviato un Water Resilience Programme che prevede fino a 15 miliardi di euro di finanziamenti nel settore idrico tra il 2025 e il 2027, con l’obiettivo di mobilitare fino a 40 miliardi di euro di investimenti complessivi. Il programma è rivolto in primo luogo alle infrastrutture e ai sistemi idrici: reti, impianti di trattamento, riduzione delle perdite e interventi per rendere più resilienti i servizi di approvvigionamento.

Per le imprese, il quadro degli strumenti europei è più ampio. La Water Resilience Strategy punta infatti anche ad accelerare ricerca, innovazione e diffusione sul mercato delle tecnologie per l’efficienza idrica, attraverso programmi come Horizon Europe, gli strumenti sostenuti da InvestEU, la nuova EIT Water e le altre iniziative europee dedicate all’innovazione.


Nel 2026-2027 dovrebbe inoltre prendere forma un Water Resilience Investment Accelerator, con 20 casi pilota dedicati alla ritenzione naturale dell’acqua e all’efficienza idrica, mettendo insieme investitori locali, fornitori di soluzioni e soggetti chiamati ad affrontare problemi concreti, con l’obiettivo di favorire la replicazione delle esperienze in altri territori europei.


Una delle principali difficoltà resta però la dimensione del fabbisogno. La Commissione stima infatti in circa 23 miliardi di euro l’anno il gap di investimenti necessario nella sola UE per assicurare la piena attuazione della normativa europea già esistente in materia di acqua.

A questo si aggiungono infrastrutture spesso obsolete, forti differenze territoriali, una diffusione ancora insufficiente delle tecnologie disponibili e una governance della risorsa frammentata tra livelli amministrativi, territori e bacini idrografici. La Water Resilience Strategy indica dunque una direzione, ma la sua attuazione sarà tutt’altro che automatica.

 

Una parte significativa della trasformazione sarà digitale.


Nel maggio 2026 la Commissione ha avviato i lavori per un Action Plan europeo sulla digitalizzazione del settore idrico, che comprenderà anche un’iniziativa sullo smart metering. L’obiettivo è utilizzare meglio dati, sensori, sistemi di monitoraggio e strumenti digitali per individuare le perdite, ottimizzare i consumi e rendere più efficiente la gestione delle infrastrutture. Le potenzialità sono considerevoli: secondo le stime richiamate dalla Commissione, gli smart meter possono ridurre i consumi fino al 25%, mentre ulteriori risparmi possono derivare dai sistemi digitali di gestione e dall’individuazione tempestiva delle perdite.


È previsto anche un Copernicus Water Thematic Hub, destinato a riunire in un unico punto di accesso dati e strumenti europei di osservazione della Terra utili alla gestione delle risorse idriche.


Entro la fine del 2026 la Commissione pubblicherà inoltre una strategia europea per la ricerca e l’innovazione nel campo della resilienza idrica e una Water Smart Industrial Alliance, con l’obiettivo di sostenere l’innovazione, favorire l’accesso al mercato - anche per le PMI - e rafforzare la competitività dell’industria europea del settore.


A questo ecosistema si aggiunge la European Water Academy, promossa dal Joint Research Centre, che nel 2026 sta entrando nella fase operativa. L’Academy punta a rafforzare competenze, trasferimento tecnologico e collaborazione pubblico-privata, favorendo anche la commercializzazione di soluzioni innovative in ambiti come riuso, irrigazione di precisione, trattamento delle acque e protezione delle infrastrutture.

Non è quindi soltanto una politica per risparmiare acqua. Sta prendendo forma anche una politica industriale dell’acqua.

 

E l’Italia?


Vista attraverso questa lente, la situazione italiana assume una rilevanza particolare.

Nel 2024 in Italia sono stati prelevati 8,87 miliardi di metri cubi di acqua per uso potabile. È il valore più basso degli ultimi 25 anni, ma l’Italia continua a essere il Paese dell’Unione europea con il maggiore volume complessivo di prelievi per l’approvvigionamento idrico pubblico. In termini pro capite, il volume corrisponde a circa 150 metri cubi per abitante all’anno, secondo valore nell’UE dopo l’Irlanda.


Il problema italiano riguarda però anche ciò che accade tra il prelievo e l’utilizzo.

Secondo l’ultimo dato strutturale disponibile dell’ISTAT, riferito al 2022, nelle reti comunali di distribuzione sono andati dispersi 3,4 miliardi di metri cubi di acqua, pari al 42,4% del volume immesso in rete. Una quantità che sarebbe stata sufficiente a soddisfare per un intero anno il fabbisogno idrico di circa 43,4 milioni di persone.

Gli indicatori più recenti mostrano inoltre quanto siano marcate le differenze territoriali. Nel 2024 oltre un milione di residenti nei capoluoghi di provincia e nelle città metropolitane è stato interessato da misure di razionamento dell’acqua, pari al 5,8% della popolazione considerata, con le maggiori criticità concentrate nel Mezzogiorno.

 

Anche il Libro Bianco Valore Acqua 2026 di TEHA legge ormai la gestione della risorsa in questa prospettiva più ampia: non soltanto infrastrutture e servizio idrico, ma innovazione, investimenti e capacità dei territori di creare le condizioni per uno sviluppo industriale sostenibile.


Il punto, quindi, non è semplicemente quanta acqua abbia l’Italia. È quanto efficientemente riesca a utilizzarla e quanto differiscano disponibilità, infrastrutture e fabbisogni da un territorio all’altro.

 

La dimensione territoriale è particolarmente evidente nell’agricoltura.


Secondo i dati ISTAT relativi al 2024, oltre il 90% delle aziende agricole italiane segnala difficoltà legate all’irrigazione, con percentuali ancora più elevate nel Sud e nelle Isole.

Ma proprio in questo settore emerge un punto essenziale: per costruire politiche efficaci occorre conoscere non soltanto la disponibilità teorica della risorsa, ma il fabbisogno reale delle imprese, i costi che sostengono, le modalità di approvvigionamento e le tecnologie che utilizzano.


Un’esperienza particolarmente interessante è partita nel 2026 dalla rete camerale. Con il progetto H2O, Unioncamere Puglia, in collaborazione con Water Europe e Uniontrasporti, sta rilevando direttamente presso le aziende agricole costi, difficoltà di approvvigionamento e fabbisogni idrici. L’indagine parte da quattro Comuni pilota – Manduria, Molfetta, Nardò e San Giovanni Rotondo – ed è aperta alle imprese agricole dell’intera regione.

L’obiettivo non è soltanto fotografare un problema, ma costruire una base conoscitiva da mettere a disposizione delle istituzioni e accompagnare la rilevazione con il confronto tra associazioni, consorzi di bonifica e altri stakeholder territoriali. Grazie alla collaborazione con Water Europe, il progetto permetterà inoltre di far conoscere tecnologie e buone pratiche già sperimentate a livello europeo e internazionale.

È un approccio che potrebbe assumere una valenza più ampia: prima di definire gli interventi, conoscere con maggiore precisione dove e come l’acqua entra nei processi produttivi e quali sono i fabbisogni effettivi delle imprese.

 

Il punto è particolarmente importante perché molte delle tecnologie necessarie per aumentare l’efficienza idrica esistono già.

Sensori e contatori intelligenti possono individuare consumi anomali e perdite; sistemi IoT possono monitorare in tempo reale l’utilizzo della risorsa; strumenti basati sull’intelligenza artificiale possono ottimizzare reti e processi produttivi; tecnologie di trattamento consentono di riutilizzare acqua che oggi viene scaricata; sistemi di irrigazione di precisione permettono di adattare l’apporto idrico alle effettive esigenze delle colture.


Il problema, soprattutto per le piccole e medie imprese, è spesso conoscere queste soluzioni, valutarne l’applicabilità e trovare competenze, partner e finanziamenti per adottarle. È qui che strumenti già presenti nel sistema camerale possono svolgere un ruolo importante. I Punti Impresa Digitale (PID) possono contribuire alla diffusione delle tecnologie digitali applicabili all’efficienza idrica; la Enterprise Europe Network (EEN) può facilitare l’accesso a soluzioni, competenze e partenariati tecnologici disponibili a livello europeo.

 

A questi strumenti si affiancano nuove iniziative europee. Nel 2026 sta prendendo forma EIT Water, la nuova Knowledge and Innovation Community (KIC) dell’European Institute of Innovation and Technology dedicata all’acqua e agli ecosistemi marini e marittimi. Nata a seguito della selezione del consorzio Allwaters da parte dell’EIT, la nuova comunità riunisce imprese, ricerca, università e altri attori dell’innovazione e diventerà pienamente operativa dal 2027. Anche in questo caso esiste già un coinvolgimento diretto della rete camerale italiana: Unioncamere del Veneto è partner strategico di EIT Water e nel 2026 ha partecipato ai lavori per la definizione delle roadmap dedicate all’innovazione, allo sviluppo imprenditoriale e alle competenze. Il messaggio è importante: le soluzioni esistono, anche e soprattutto a livello europeo. La sfida è farle conoscere e renderle accessibili al tessuto delle PMI.

 

La resilienza idrica apre quindi uno spazio di azione più ampio per il sistema camerale.

Il primo riguarda proprio la conoscenza. La capillarità territoriale delle Camere e il loro rapporto con il tessuto produttivo possono consentire di rilevare e aggregare informazioni sui fabbisogni idrici delle imprese che difficilmente emergono dalle statistiche generali: dipendenza dalla risorsa, costi, criticità di approvvigionamento, investimenti già realizzati, tecnologie necessarie. L’esperienza avviata in Puglia mostra concretamente come questa funzione possa tradursi in informazioni utili anche alla costruzione delle politiche pubbliche.


Il secondo riguarda il trasferimento dell’innovazione. Attraverso PID, EEN, collaborazioni con il sistema della ricerca e partecipazione alle reti europee, le Camere possono contribuire a ridurre la distanza tra le tecnologie disponibili e le imprese che potrebbero utilizzarle.

Ma esiste anche una terza dimensione, più propriamente territoriale e di policy.

L’acqua mette necessariamente attorno allo stesso tavolo soggetti diversi: imprese, agricoltura, gestori, amministrazioni locali, consorzi, università e ricerca. Interessi e priorità non coincidono sempre e le soluzioni dipendono fortemente dalle caratteristiche di ciascun territorio.


In questo contesto, le Camere possono svolgere una funzione di raccordo di prossimità, offrendo tavoli neutrali nei quali far emergere i fabbisogni del sistema produttivo, mettere a confronto i diversi stakeholder e contribuire alla costruzione di soluzioni condivise.

 

Non si tratta quindi soltanto di accompagnare singole imprese verso maggiore efficienza. Si tratta anche di contribuire a capire quale rapporto esiste, territorio per territorio, tra disponibilità della risorsa, infrastrutture, fabbisogni produttivi e prospettive di sviluppo economico.

 

Il tema avrà nei prossimi mesi anche un importante appuntamento italiano.


Dal 29 settembre al 2 ottobre 2026 Roma ospiterà l’Euro-Mediterranean Water Forum, piattaforma internazionale che riunirà istituzioni, imprese, ricerca e società civile per discutere sicurezza idrica, innovazione, digitalizzazione, intelligenza artificiale, uso dell’acqua in agricoltura, riuso e miglioramento delle reti.

Nel corso del Forum si terrà inoltre la riunione ministeriale sull’acqua dell’Unione per il Mediterraneo, rafforzando la dimensione politica di un tema che, soprattutto nell’area mediterranea, non può essere affrontato soltanto all’interno dei confini nazionali.

L’appuntamento di Roma arriva quindi in un momento particolare: mentre la Water Resilience Strategy europea passa dalla definizione degli obiettivi all’attuazione, la questione dell’acqua entra sempre più chiaramente nel confronto sulla competitività, sugli investimenti e sul futuro dei territori.

 

La Water Resilience Strategy indica una direzione ambiziosa, ma le difficoltà non devono essere sottovalutate. Un gap di investimenti stimato in almeno 23 miliardi di euro l’anno per l’attuazione della normativa esistente, infrastrutture obsolete, forti differenze territoriali, diffusione ancora lenta di alcune tecnologie e una governance complessa possono rallentare la trasformazione e accentuare le disparità tra territori più e meno capaci di investire.

Proprio per questo l’attuazione non potrà avvenire soltanto a Bruxelles o attraverso grandi programmi infrastrutturali.

 

Occorrerà conoscere i fabbisogni reali dei sistemi produttivi, diffondere le tecnologie già disponibili, mobilitare investimenti e costruire forme di collaborazione tra imprese, ricerca, gestori e amministrazioni.

Per le imprese significa capire come ridurre la propria vulnerabilità e utilizzare meglio la risorsa. Per i territori significa conoscere il rapporto tra disponibilità idrica, infrastrutture e sviluppo produttivo. Per la rete camerale significa mettere a disposizione la propria capacità di conoscere le imprese, il territorio, di accompagnare l’innovazione e di creare il necessario raccordo tra gli attori locali.

 

Dopo energia e materie prime, anche l’acqua sta entrando nell’agenda europea della competitività. E la capacità di un territorio di conoscerne i fabbisogni, utilizzarla efficientemente e costruire attorno ad essa soluzioni condivise sarà sempre più una delle condizioni per produrre, attrarre investimenti e crescere.


flavio.burlizzi@unioncamere-europa.eu 

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