Il dibattito sulla competitività europea resta diviso tra ambizioni e scelte concrete. L’integrazione dei mercati dei capitali procede troppo lentamente, penalizzando imprese e investimenti. Senza decisioni coerenti, l’UE rischia di indebolire crescita e autonomia economica.

Una crescente dissonanza continua a caratterizzare il dibattito europeo sulla competitività. I rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta vengono richiamati come punti di riferimento autorevoli nei programmi e nei documenti strategici dell’Unione. Tuttavia, quando si affronta il loro messaggio più impegnativo – la necessità di una vera integrazione dei mercati dei capitali europei – l’ambizione tende ad affievolirsi, sostituita da formule generiche e rinvii progressivi. Il tempo delle analisi condivise è terminato: ciò che manca è la coerenza nelle decisioni.
Da oltre un decennio, la Capital Markets Union è indicata come priorità strategica. Oggi, con il rilancio dell’iniziativa sotto la denominazione di Unione del Risparmio e degli Investimenti, l’obiettivo è ancora più esplicito: mobilitare in modo efficace il risparmio europeo e indirizzarlo verso investimenti produttivi, rafforzando crescita, innovazione e autonomia economica. Eppure, la distanza tra dichiarazioni e risultati resta evidente. Una reale integrazione richiede riforme strutturali, convergenza normativa e strumenti comuni capaci di superare le frammentazioni che ancora limitano il mercato europeo.
Per le imprese, e in particolare per le PMI, questa non è una discussione teorica. Un mercato finanziario frammentato comporta accesso diseguale ai capitali, costi di finanziamento più elevati e minore capacità di attrarre investimenti. Significa dipendere in modo eccessivo dal credito bancario in un contesto globale in cui i concorrenti possono contare su mercati dei capitali profondi, liquidi e integrati. Ogni ritardo nell’integrazione si traduce in un differenziale competitivo che penalizza il tessuto produttivo europeo.
L’Unione del Risparmio e degli Investimenti rappresenta anche una questione di responsabilità verso il risparmio privato europeo. Le risorse disponibili sono ingenti e potrebbero sostenere in modo decisivo la transizione verde e digitale, l’innovazione industriale e il rafforzamento delle filiere strategiche. Senza un quadro regolatorio più armonizzato e meccanismi comuni più incisivi, una parte rilevante di questo potenziale continuerà a restare sottoutilizzata, mentre capitali europei cercano opportunità al di fuori dell’Unione.
È comprensibile che temi quali l’armonizzazione dei regimi di insolvenza, il coordinamento della vigilanza o l’introduzione di strumenti giuridici comuni per le imprese tocchino equilibri nazionali consolidati. Ma la cautela non può diventare un alibi permanente. L’inazione ha un costo economico e politico: indebolisce la credibilità delle strategie europee e rallenta la capacità dell’Unione di rispondere alle trasformazioni globali.
Il recente confronto politico ha ribadito che l’obiettivo prioritario resta procedere in modo unitario. Allo stesso tempo, è stata richiamata la possibilità, prevista dai Trattati, di utilizzare strumenti che consentano di avanzare qualora non si raggiunga un consenso entro tempi definiti. Il semplice fatto che tale opzione venga esplicitamente evocata segnala che la fase delle enunciazioni è superata. L’Europa è chiamata a decidere se intende dotarsi degli strumenti finanziari adeguati alle proprie ambizioni.
La competitività dell’Unione dipende dalla capacità di costruire un mercato dei capitali realmente integrato, accessibile e prevedibile, in grado di offrire alle imprese condizioni eque e strumenti finanziari diversificati in tutti gli Stati membri. Non è una questione tecnica né ideologica, ma una scelta strutturale sul modello di sviluppo europeo. Rinviare ancora significherebbe accettare un’Europa meno dinamica, meno autonoma e meno influente nello scenario globale.
On. Michl Ebner
Vicepresidente di Eurochambres
Capo Delegazione Unioncamere presso Eurochambres
Presidente della CCIATA di Bolzano