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EDITORIALE - Il costo della non-Europa

20/10/26

E se il vero limite alla competitività europea non fosse ciò che ci manca, ma ciò che non riusciamo ancora a mettere insieme?

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L'Europa dispone di un mercato di oltre 450 milioni di consumatori, di un tessuto produttivo diversificato, di competenze scientifiche e tecnologiche di eccellenza, di risparmio privato e di una rete di imprese capace di competere sui mercati internazionali. Eppure, troppo spesso, queste risorse non riescono a esprimere tutta la loro forza su scala continentale. La distanza tra ventisette sistemi nazionali continua a trasformarsi in un ostacolo per chi vuole coglierne le opportunità. È il costo della non-Europa. Un costo che non compare nei bilanci pubblici, ma che si manifesta nelle imprese che rinunciano a espandersi, negli investimenti che cercano condizioni migliori altrove, nelle innovazioni che faticano a raggiungere il mercato.

 

Secondo il Rapporto 2026 della Commissione europea sul mercato unico e la competitività, l'eliminazione di ulteriori barriere nazionali agli scambi di beni potrebbe generare un aumento dell'1,3% del benessere economico. Intanto, gli scambi di beni tra Stati membri sono scesi dal 23,5% del PIL europeo nel 2023 al 22% nel 2024. Due indicatori diversi, che richiamano l'attenzione sul potenziale ancora inutilizzato del mercato unico e sulla necessità di consolidarne l'integrazione.

 

Il costo più alto della non-Europa, però, potrebbe essere proprio il futuro che stiamo ritardando. Per comprenderlo, vale la pena immaginare per un momento un'impresa europea tra dieci anni. Un'impresa che nasce in Italia e può svilupparsi in Germania, Francia o Polonia senza dover ricominciare ogni volta da capo. Un’impresa che utilizza una sola volta i propri dati, perché le amministrazioni europee sono in grado di scambiarseli attraverso sistemi interoperabili. Un’impresa che trova finanziamenti e investitori su un mercato dei capitali realmente integrato, che può partecipare agli appalti pubblici in altri Stati membri senza dover imparare a utilizzare ogni volta procedure e piattaforme differenti. Un'impresa che può cercare le competenze necessarie in tutta Europa, perché i percorsi formativi e le esperienze professionali sono più facilmente comprensibili e valorizzabili oltre i confini nazionali. Un’impresa che può investire in nuove tecnologie e crescere senza che la complessità amministrativa aumenti più rapidamente delle sue attività. È una prospettiva possibile. E, soprattutto, è una prospettiva che comincia a prendere forma nelle iniziative europee oggi sul tavolo.

 

Con la roadmap One Europe, One Market, sottoscritta nell'aprile 2026 da Commissione, Parlamento e Consiglio, l'Unione si è impegnata ad accelerare l'integrazione del mercato unico, con l'obiettivo di raggiungere accordi sulle iniziative prioritarie entro la fine del 2027. Semplificazione, integrazione dei mercati, commercio internazionale, energia e decarbonizzazione, trasformazione digitale e intelligenza artificiale compongono un programma che va ben oltre la rimozione di singoli ostacoli amministrativi.

La novità più interessante è la possibilità di leggere queste iniziative come parti di un unico progetto economico.

 

EU Inc. affronta una questione fondamentale: perché nascere e crescere su scala europea dovrebbe essere più complicato che farlo all'interno di un singolo mercato nazionale? Le iniziative sulla mobilità del lavoro e sulla portabilità delle competenze pongono una domanda complementare: come permettere alle imprese di trovare le professionalità di cui hanno bisogno in tutta Europa e alle persone di valorizzare le proprie capacità, indipendentemente dal Paese in cui le hanno acquisite?


La revisione delle regole sugli appalti pubblici, l'integrazione dei mercati finanziari e il rafforzamento delle infrastrutture energetiche e digitali completano il quadro. Prese singolarmente, sono riforme importanti. Considerate insieme, possono cambiare il modo stesso in cui un'impresa nasce, opera e cresce in Europa. Ma è proprio qui che si gioca la sfida decisiva.

 

Un mercato unico più integrato si costruisce anche facendo dialogare meglio i sistemi che già esistono, valorizzando le infrastrutture nazionali e rendendo effettivo il principio Once-Only. La strada da percorrere è ancora lunga: nel 2024, secondo la Commissione europea, soltanto il 20,6% delle procedure amministrative pertinenti al mercato unico risultava interamente online per gli utenti transfrontalieri. Allo stesso modo, un mercato europeo delle competenze richiede strumenti capaci di rendere leggibili le conoscenze e le capacità effettivamente possedute, percorsi formativi più vicini all'evoluzione dell'economia e una collaborazione più stretta tra sistemi educativi, imprese e territori.


E la semplificazione? Non potrà essere misurata soltanto contando le norme eliminate o le piattaforme realizzate. Dovrà esserlo nel tempo risparmiato dalle imprese, nei mercati ai quali riescono ad accedere, negli investimenti che diventano possibili. Questo vale soprattutto per le PMI: una grande impresa può spesso assorbire il costo della frammentazione e adattarsi a sistemi differenti. Per una piccola impresa, gli stessi ostacoli possono rappresentare la differenza tra crescere e rinunciare.

 

Naturalmente, le differenze nazionali rispondono anche a esigenze legittime, a modelli istituzionali e a specificità economiche e sociali. La sfida non è uniformare l'Europa, ma impedire che la sua diversità si traduca sistematicamente in frammentazione. Occorrerà attuare le riforme, coordinarle, verificarne l'impatto e coinvolgere chi dovrà utilizzarle. Il sistema camerale può contribuire a collegare la visione europea alla realtà quotidiana delle imprese e dei territori.

 

La scadenza del 2027 non è un traguardo, è una prova. Il risultato si vedrà dopo: quando un'impresa che oggi si ferma al confine potrà continuare a crescere oltre. Quando una piccola impresa di Bergamo potrà trovare a Siviglia le competenze di cui ha bisogno, comprenderne il valore e assumere senza che le procedure transfrontaliere diventino un ostacolo insormontabile. Quando una PMI che opera in tre Paesi non dovrà triplicare gli adempimenti per svolgere la stessa attività.

 

Le imprese di domani devono poter scegliere di nascere, innovare, investire e crescere in Europa. Trattenere chi innova, attirare chi investe, tenere insieme chi produce: tutto questo dipende dalla possibilità di utilizzare davvero la dimensione del mercato europeo.

Il mercato unico è una delle condizioni che determineranno se l'Europa sarà, nei prossimi trent'anni, un'economia che decide o un'economia che subisce.

Il costo della non-Europa non è soltanto ciò che perdiamo ogni anno. È ciò che rischiamo di non diventare.

Giuseppe Tripoli

Segretario Generale di Unioncamere

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