1. La competitività è tornata al centro dell’agenda europea. Dal punto di vista delle PMI, quali sono le misure più urgenti che l’UE dovrebbe adottare per rafforzare la competitività delle imprese senza aumentare gli oneri normativi e amministrativi?
Accogliamo con favore il fatto che la competitività sia oggi una priorità nell’agenda dell’Unione europea. Tuttavia, non basta parlare di competitività per renderla una realtà: servono riforme concrete e di ampia portata.
La prima misura urgente riguarda il modo in cui l’UE affronta la legislazione. Oggi molte norme sono concepite sulla base delle caratteristiche delle grandi imprese. Questo approccio “uguale per tutti” non funziona per le PMI. Il principio “Think Small First” deve guidare l’elaborazione delle politiche fin dall’inizio, tenendo pienamente conto delle specificità delle piccole e medie imprese. Ciò che funziona per le imprese più piccole funziona per tutti.
Tutto parte dalla fiducia. I decisori politici possono fissare obiettivi e indicare una direzione, ma le PMI devono avere lo spazio necessario per innovare e proporre nuove soluzioni ai consumatori. Invece di puntare sul controllo diretto e sugli obblighi di rendicontazione, un approccio basato sul principio “prima consulenza, poi sanzione” consentirebbe alle PMI di adeguarsi alle norme senza incorrere immediatamente in penalità mentre stanno ancora cercando di comprendere pienamente ciò che viene loro richiesto.
Occorre inoltre proseguire con decisione sulla strada della semplificazione. I decisori politici devono continuare gli sforzi in questo ambito attraverso i pacchetti Omnibus, senza però compromettere la certezza del diritto o la concorrenza leale. È inoltre necessario prevedere tempi adeguati per la consultazione e la raccolta di evidenze, in dialogo con le organizzazioni rappresentative delle PMI. Prima di proporre nuove norme, bisognerebbe valutare attentamente se siano davvero necessarie e quale impatto avranno sulle PMI.
L’UE deve anche sfruttare appieno il potenziale del mercato unico, che resta frammentato. Occorre rimuovere le barriere, in particolare nei mercati dell’energia, finanziari e delle telecomunicazioni. Proposte come l’EU Business Wallet e il regime EU Inc./28° regime devono essere adottate rapidamente.
Infine, le PMI chiedono misure per rafforzare la resilienza energetica e garantire prezzi accessibili. Prezzi elevati e volatili continuano a compromettere la capacità delle PMI di investire, mantenere la produzione e restare competitive a livello globale. Chiediamo ai leader europei di realizzare una vera Unione dell’energia, con una maggiore capacità di interconnessione. L’attenzione dovrebbe concentrarsi sull’efficienza, sugli investimenti nei sistemi energetici, comprese reti e capacità di stoccaggio, e su misure di sostegno mirate.
2. SMEunited richiama spesso il principio “Think Small First”, secondo cui l’impatto sulle piccole imprese dovrebbe essere considerato fin dalle prime fasi dell’elaborazione delle politiche. Ritiene che questo approccio sia oggi realmente integrato nel processo decisionale dell’UE o esiste ancora un divario tra intenzioni e attuazione?
Purtroppo, esiste ancora un ampio divario.
Il principio “Think Small First” è stato introdotto per la prima volta dalla Commissione europea nel 2008. Nello Small Business Act, la Commissione affermava che era ormai tempo che una politica favorevole alle PMI diventasse parte integrante delle politiche dell’UE.
Eppure, dopo tutti questi anni, quel principio non è ancora una realtà. Per questo motivo, lo scorso anno SMEunited ha pubblicato la propria “Think Small First Charter”. Chiediamo un cambiamento di mentalità, anziché un sistema basato su esenzioni. “Think Small First” non deve essere semplicemente un elemento da tenere presente: deve costituire la base stessa della legislazione.
Il Consiglio europeo ha riconosciuto il principio “Think Small First” nelle conclusioni adottate nel marzo 2026. È arrivato il momento di tradurlo concretamente in pratica. La recente comunicazione della Commissione sulla Better Regulation contiene alcuni elementi positivi, ma vediamo un rischio reale di ripetere gli errori del passato.
L’elaborazione delle politiche continua infatti a concentrarsi sulle caratteristiche delle grandi imprese, prevedendo poi esenzioni per l’ampia platea delle PMI. Di conseguenza, 32,1 milioni di microimprese, con meno di dieci dipendenti, devono orientarsi tra regole costruite sulle caratteristiche di 55.000 grandi imprese, confidando che le misure correttive riescano ad alleggerirne l’onere.
Le esenzioni spesso non funzionano nella pratica. Le PMI restano esposte attraverso le catene di fornitura e subiscono gli effetti indiretti della legislazione. Per questo SMEunited chiede che, anziché creare esenzioni per le imprese più piccole, l’UE basi la legislazione fin dall’inizio sulle caratteristiche specifiche delle PMI.
Per essere efficace, il principio “Think Small First” deve applicarsi lungo l’intero ciclo legislativo, dalla progettazione all’attuazione. Il primo passo è la disciplina normativa: prima di elaborare nuove leggi, i decisori politici dovrebbero valutare se siano realmente necessarie e se rappresentino il modo migliore per raggiungere gli obiettivi prefissati. Se la risposta è positiva, le regole devono essere chiare, proporzionate e concretamente applicabili.
Chiediamo inoltre scadenze di attuazione realistiche. La Commissione deve impegnarsi a includere periodi transitori nelle proprie proposte e non dovrebbe esitare a rinviare le date di entrata in vigore quando gli strumenti necessari per garantire la conformità non sono ancora disponibili. Abbiamo visto casi, come quello della direttiva sulla Pay Transparency, in cui questo aspetto è stato trascurato, aumentando l’incertezza e i costi per le PMI.
Le norme europee dovrebbero inoltre essere facili da applicare e difficili da eludere. Questo concetto di “enforcement by design” è fondamentale per contrastare la concorrenza sleale. Le imprese che rispettano le regole non devono essere penalizzate. Allo stesso tempo, nei casi di mancata conformità, il primo passo dovrebbe essere il dialogo e l’orientamento, anziché la sanzione, soprattutto nei confronti dei piccoli imprenditori che stanno concretamente cercando di agire correttamente.
3. Le PMI sono protagoniste delle transizioni verde e digitale, ma spesso dispongono di risorse finanziarie e competenze limitate. Quali strumenti dell’UE si sono dimostrati finora più efficaci nel sostenerle e quali ulteriori misure potrebbero trasformare queste sfide in opportunità di crescita e innovazione?
Il sostegno finora è stato disomogeneo. Sebbene esista un’ampia gamma di strumenti europei, l’accesso resta complesso e il loro impatto varia significativamente tra settori e dimensioni d’impresa.
In primo luogo, le PMI hanno bisogno di regole chiare, semplici e proporzionate per guidare le transizioni verde e digitale. In assenza di queste condizioni, entrambe le transizioni rischiano di diventare un onere anziché un’opportunità. Iniziative come i pacchetti Omnibus rappresentano un passo nella giusta direzione, ma la semplificazione deve andare oltre e garantire chiarezza giuridica, prevedibilità e adempimenti concretamente gestibili.
In secondo luogo, il finanziamento resta un fattore decisivo. Strumenti come il Fondo europeo per la competitività hanno un forte potenziale, ma l’accessibilità continuerà a rappresentare una sfida. Le PMI hanno bisogno di un accompagnamento dedicato, compresa una quota chiaramente riservata dei finanziamenti, procedure più semplici e una migliore assistenza per orientarsi tra gli strumenti disponibili.
In terzo luogo, la frammentazione del mercato unico continua a limitare i progressi. Sia nella transizione digitale sia in quella verde, norme incoerenti e approcci nazionali divergenti creano barriere che le PMI non sono in grado di assorbire. Un quadro più armonizzato ridurrebbe i costi amministrativi e consentirebbe alle PMI di sviluppare l’innovazione oltre i confini nazionali.
Le PMI, inoltre, non costituiscono un gruppo omogeneo. Alcune sono più avanzate, mentre altre stanno ancora cercando di capire come utilizzare la tecnologia a proprio vantaggio. Le politiche dell’UE devono riflettere queste differenze e offrire un sostegno mirato, in particolare in termini di competenze, infrastrutture e accesso alle tecnologie.
Una regolamentazione intelligente svolge un ruolo fondamentale. Strumenti come il Business Wallet possono rappresentare un importante punto di partenza per semplificare gli adempimenti e ridurre le sovrapposizioni negli obblighi di rendicontazione.
Nella transizione verde, iniziative come il Clean Industrial Deal e il Circular Economy Act possono creare opportunità concrete per le PMI. Vediamo possibilità di migliorare l’efficienza energetica e i processi produttivi, passare a modelli di business circolari e adattarsi ai cambiamenti climatici. Le PMI hanno bisogno di accesso ai finanziamenti, strumenti semplificati per la valutazione della sostenibilità e sostegno pratico per rispondere a queste esigenze.
Infine, entrambe le transizioni richiedono un forte approccio di partenariato. La collaborazione tra decisori politici, imprese e stakeholder sarà fondamentale e il dialogo sociale dovrebbe restare lo strumento principale per affrontare la duplice transizione.
4. La carenza di competenze e di lavoratori qualificati resta una delle principali sfide per le imprese europee. Quali iniziative dovrebbe promuovere l’UE per sostenere la formazione, attrarre talenti e migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro?
La carenza di manodopera rappresenta un serio vincolo per le PMI in tutta Europa. Molte professioni che richiedono competenze specifiche faticano a trovare lavoratori, mentre eccedenze e carenze di personale coesistono tra le diverse regioni.
Un passo importante consiste nel rafforzare l’istruzione e la formazione professionale (VET). Un maggior numero di giovani dovrebbe scegliere questi percorsi, che rispondono alle esigenze di competenze delle PMI. Considerare l’istruzione accademica e quella professionale come percorsi di carriera di pari dignità faciliterebbe questa scelta. Le politiche del mercato del lavoro devono inoltre tenere conto delle professioni a bassa e media qualificazione, che sono fondamentali per le PMI.
Date le specificità delle PMI, i percorsi di aggiornamento e riqualificazione professionale non dovrebbero compromettere la continuità aziendale, né creare oneri aggiuntivi, e dovrebbero riflettere le realtà nazionali e settoriali. Uno strumento che funziona bene in diversi Stati membri è rappresentato dai fondi congiunti per la formazione gestiti dalle parti sociali. Le parti sociali di uno specifico settore individuano le migliori opzioni formative per il comparto e per le professioni ad esso collegate. In questo modo aumenta la qualità della formazione e migliora anche il ritorno sull’investimento.
Le politiche devono inoltre incoraggiare la partecipazione dei gruppi sottorappresentati in specifici percorsi educativi. Ad esempio, persistono significativi squilibri di genere in ambiti come STEM, salute o istruzione, con solo il 17% di donne tra i professionisti del settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). Quando le carenze non possono essere colmate internamente, percorsi migratori ben gestiti possono inoltre aiutare le imprese a trovare i lavoratori di cui hanno bisogno.
Nel complesso, si registra una crescente attenzione grazie all’Union of Skills dell’UE e alla nostra partecipazione allo European Skills High-Level Board. Ciò di cui abbiamo bisogno è un’azione ancora più coordinata a livello europeo, nazionale e settoriale per garantire alle PMI la forza lavoro necessaria per avere successo.
5. Mentre prende avvio il confronto sul prossimo bilancio dell’UE, SMEunited – come Unioncamere – ha sottolineato l’importanza di garantire che i finanziamenti europei siano realmente accessibili alle PMI e non soltanto ai beneficiari più grandi o con maggiore esperienza. Quali sono, a suo avviso, le principali debolezze dell’attuale sistema e quali cambiamenti sarebbero necessari per garantire che investimenti, innovazione e competitività raggiungano l’intera platea delle PMI?
L’attuale proposta rischia ancora una volta di non raggiungere adeguatamente le PMI, nonostante la maggiore ambizione del bilancio europeo proposto.
La proposta per il prossimo Quadro finanziario pluriennale è la più ampia di sempre, con una dotazione di 2.000 miliardi di euro. Introdurrà una nuova struttura, caratterizzata da maggiore flessibilità e da fondi più integrati, superando una logica basata su compartimenti separati. Si tratta di un’opportunità, anche se vi sono alcuni aspetti da migliorare per garantire che possa rappresentare un reale stimolo per le PMI.
Due programmi chiave sono il Fondo europeo per la competitività (ECF) e i Piani di partenariato nazionali e regionali (NRPP). L’ECF riunirebbe 14 strumenti di finanziamento in un unico quadro europeo volto a rafforzare la competitività. I NRPP raggrupperebbero invece strumenti provenienti da diversi ambiti di policy – come la politica agricola comune o la politica di coesione – in un unico programma.
SMEunited teme tuttavia che le PMI continueranno a incontrare ostacoli nella partecipazione ai programmi europei e che la semplice fusione dei fondi in programmi più ampi non sarà sufficiente a risolvere il problema.
Per questo motivo, l’ECF deve includere strumenti di finanziamento adeguati alle PMI. A tal fine, una quota dei fondi dovrebbe essere riservata a strumenti e attività specificamente destinati alle piccole e medie imprese. Ad esempio, il 30% dello strumento InvestEU dovrebbe essere destinato alle PMI, come avviene attualmente.
Le PMI devono inoltre essere coinvolte nella pianificazione, nella progettazione e nell’attuazione dell’ECF. Devono partecipare alla governance a tutti i livelli, compresa la presenza di un rappresentante delle PMI nel previsto Strategic Stakeholder Board.
Per quanto riguarda i NRPP, una maggiore integrazione dei fondi rappresenta un elemento positivo. Lo sviluppo delle PMI e dell’agricoltura deve procedere in modo coerente per migliorare la situazione delle aree rurali. Tuttavia, i futuri Piani dovrebbero rispettare gli obiettivi della politica di coesione e del sostegno alle zone rurali.
Un potenziale limite della proposta riguarda lo scarso coinvolgimento delle regioni e delle PMI sul territorio. I NRPP potrebbero marginalizzarle, centralizzando il potere a livello nazionale. Regioni e PMI devono invece poter incidere sulle modalità di allocazione dei fondi.
Infine, i NRPP devono dare priorità alla semplificazione e sostenere progetti capaci di rafforzare la competitività delle PMI, ad esempio nei settori delle infrastrutture, delle competenze e dello sviluppo dei mercati locali.
Nel complesso, il principio “Think Small First” dovrebbe guidare l’intera proposta. Il Quadro finanziario pluriennale non deve creare ulteriori oneri amministrativi o finanziari per le imprese.
