top of page

Intervista ad Alberto Cirio

19/06/26

Capo della Delegazione italiana e Presidente della Commissione ECON presso il Comitato europeo delle Regioni, Presidente della Regione Piemonte.

Rectangle 15.png

1. Presidente Cirio, in un’Europa che punta contemporaneamente su competitività, transizione verde e sicurezza economica, quali priorità concrete metterà al centro della commissione ECON? E su quali dossier sarà inevitabile trovare compromessi difficili?

 

La commissione ECON del CdR, che ho l’onore di presiedere, dovrà anzitutto garantire che la competitività europea non resti uno slogan, ma si traduca in opportunità concrete per i territori. Il documento che abbiamo adottato individua una priorità chiara: costruire una politica industriale realmente basata sui territori, capace di accompagnare la decarbonizzazione senza indebolire il tessuto produttivo europeo. Oggi molte delle grandi iniziative europee, dal Clean Industrial Deal al futuro Fondo europeo per la competitività, rischiano di essere progettate senza una sufficiente attenzione alle differenze regionali. Il nostro compito sarà portare la voce delle città e delle regioni al centro di queste scelte.

La seconda priorità riguarda la trasformazione digitale e le tecnologie strategiche. Non possiamo accettare che il divario tecnologico tra territori si allarghi ulteriormente. L’intelligenza artificiale, la cybersicurezza, le infrastrutture digitali, il cloud e le tecnologie quantistiche rappresentano la nuova frontiera della competitività europea. La Commissione ECON lavorerà affinché le risorse europee raggiungano effettivamente gli enti locali, le PMI e i progetti innovativi sul territorio, rafforzando al tempo stesso la resilienza delle nostre amministrazioni pubbliche e delle infrastrutture critiche. L’obiettivo è fare in modo che la rivoluzione dell’IA non sia concentrata in poche aree d’Europa, ma diventi una leva di crescita diffusa per tutte le regioni.

In questo quadro, il Chips Act 2.0 (presentato una settimana fa dalla Commissione UE) rappresenta un passaggio particolarmente importante. È una notizia estremamente positiva che, per la prima volta in una proposta strategica di questa portata, la Commissione europea abbia dedicato un’intera sezione alla dimensione regionale. Si tratta di un riconoscimento significativo del lavoro svolto dall’Alleanza europea delle regioni produttrici di semiconduttori (ESRA), che ho avuto l’onore di presiedere lo scorso anno insieme all’assessore regionale Andrea Tronzano, e del contributo del Comitato europeo delle Regioni.

 Un pilastro imprescindibile del programma dei lavori della ECON sarà il mercato unico. In una fase segnata da tensioni geopolitiche, protezionismo e crescente competizione globale, l’Europa deve eliminare le barriere che ancora ostacolano imprese e investimenti. Per questo seguiremo con grande attenzione la Strategia per il mercato unico, la revisione delle norme sugli appalti pubblici e le misure di semplificazione amministrativa. La competitività europea passa anche dalla capacità di ridurre gli oneri burocratici che gravano soprattutto sulle piccole e medie imprese.

Un’altra priorità fondamentale sarà quella degli investimenti. Con la conclusione del PNRR e l’avvio del dibattito sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione, dobbiamo assicurarci che le regioni abbiano un ruolo pieno nella definizione delle strategie europee. Gli enti locali e regionali sono chiamati a realizzare gran parte degli investimenti necessari per la transizione verde, digitale e sociale, ma spesso dispongono di margini fiscali limitati. ECON continuerà quindi a sostenere una governance economica che riconosca maggiormente la dimensione territoriale dello sviluppo. Naturalmente, i compromessi più difficili riguarderanno il rapporto tra competitività e sostenibilità. Dovremo accompagnare la decarbonizzazione industriale senza mettere a rischio la tenuta di settori strategici come l’automotive, la chimica, l’acciaio e i comparti ad alta intensità energetica. È una sfida che richiede equilibrio: accelerare la transizione ecologica ma allo stesso tempo preservare occupazione, investimenti e capacità produttiva europea.

 

 

2. Sull’intelligenza artificiale il rischio è un’Europa a più velocità. Come si può applicare l’AI Act senza penalizzare PMI, territori industriali e aree meno avanzate dal punto di vista tecnologico?

 

Il Piemonte ha un ruolo centrale nella strategia europea per l’intelligenza artificiale. Lo scorso anno sono stato relatore del parere del Cdr sull’applicazione dell’intelligenza artificiale nel settore pubblico, con particolare attenzione alla sua efficienza anche a tutela e supporto delle piccole imprese e dei territori più fragili e meno connessi.

Desidero sottolineare anche il ruolo che abbiamo avuto all’interno della redazione del nuovo Chips Act 2.0 che la Commissione Europea ha trasmesso al Parlamento e al Consiglio dell’Unione europea che introduce per la prima volta un ruolo strutturato e riconosciuto delle Regioni nello sviluppo della politica europea dei semiconduttori che sono la benzina dell’intelligenza artificiale: si tratta di un passaggio fondamentale che valorizza il ruolo dei territori e che abbiamo raggiunto anche grazie al lavoro svolto dal Piemonte durante il periodo di presidenza della European Semiconductor Regions Alliance (ESRA), che ha portato le istituzioni europee a riconoscere formalmente il contributo dei territori nella costruzione dell’ecosistema continentale dei semiconduttori. Per il Piemonte, che negli ultimi anni ha consolidato la propria posizione nelle filiere dell’automotive, dell’aerospazio, dell’elettronica avanzata e della microelettronica, il nuovo quadro europeo rappresenta un’importante opportunità di crescita e di ulteriore consolidamento della propria leadership industriale, aumentando la visibilità internazionale dei propri ecosistemi industriali e tecnologici, favorendo l’arrivo di nuovi investimenti e il rafforzamento delle filiere produttive.

 

3. L’automotive europeo è sotto pressione tra transizione verde e concorrenza globale: quali strumenti europei (industriali, commerciali, sugli aiuti di Stato) sono oggi davvero necessari per evitare una perdita strutturale di capacità produttiva?

 

L'automotive non è semplicemente un settore economico: è una delle colonne portanti dell'industria europea. In Piemonte lo sappiamo bene, perché attorno all'automobile si è sviluppato un ecosistema che coinvolge grandi imprese, migliaia di PMI, centri di ricerca e decine di migliaia di lavoratori qualificati.

La sfida della transizione ambientale è reale e non può essere rinviata. Tuttavia è importante che questa sia appunto una transizione, per evitare che la decarbonizzazione si trasformi in deindustrializzazione. Se perdiamo capacità produttiva in Europa, rischiamo di dipendere da altri continenti proprio nelle tecnologie che dovrebbero garantire il nostro futuro.

Per questo servono politiche industriali europee più forti che guardino alla sostenibilità nel suo complesso: per l’ambiente, certamente, ma anche per il tessuto produttivo, i posti di lavori e le famiglie. Le imprese europee stanno investendo nella transizione ecologica e nell'innovazione, ma per continuare a farlo hanno bisogno di un contesto che valorizzi questi sforzi e che garantisca condizioni di mercato comparabili con quelle dei principali concorrenti globali. La transizione avrà successo quindi se sapremo coniugare sostenibilità ambientale, competitività industriale e tutela dell'occupazione nei territori.

 

4. La competitività europea passa anche dalla capacità di trattenere investimenti industriali rispetto a Stati Uniti e Cina. Ritiene che l’UE debba cambiare approccio sugli aiuti di Stato e sulla politica industriale comune?

 

Guardiamo i fatti così come sono. Gli Stati Uniti hanno messo sul tavolo 370 miliardi di dollari con l'Inflation Reduction Act per sostenere la propria industria. La Cina da anni porta avanti una politica industriale pubblica potentissima e coordinata. In questo scenario, l'Europa non può continuare a rispondere con gli strumenti pensati per un mondo che non esiste più.

Sul tema degli aiuti di Stato c'è una conversazione in corso in Europa che va affrontata con onestà. Allentare i vincoli nazionali può sembrare una soluzione rapida, ma da sola rischia di aumentare le disparità all'interno dell'Unione. Se lasciamo ai singoli Stati la libertà di sostenere le proprie imprese senza una cornice comune, il risultato è che chi ha più spazio fiscale parte avvantaggiato. E questo frammenterebbe ulteriormente il mercato unico, che è invece uno dei nostri punti di forza.

La risposta giusta è un'altra: una politica industriale europea vera, ambiziosa, capace di mobilitare investimenti comuni nelle tecnologie strategiche, nell'energia pulita, nell'innovazione. Il Rapporto Draghi lo ha documentato con dati molto chiari — il gap di competitività rispetto agli Stati Uniti non si chiude con piccoli aggiustamenti. Richiede un cambio di scala negli investimenti e nella capacità di agire insieme come Europa.

E su questo aggiungo una cosa che mi sta particolarmente a cuore. La competitività europea non si costruisce solo a Bruxelles. Si costruisce nelle regioni, nelle filiere industriali, nei distretti produttivi, nelle università e nei centri di ricerca dei territori. Coinvolgere le regioni in questo processo non è una questione di rappresentanza, ma una questione di efficacia. Perché è lì che si trovano le competenze, le imprese e la capacità concreta di trasformare gli investimenti pubblici in crescita reale.

 

5. Sul progetto European Business Wallet Bruxelles promette meno burocrazia e un mercato unico più semplice per le imprese. Cosa dovrà funzionare davvero perché non resti soltanto un nuovo strumento digitale europeo sulla carta? Sono pronti tutti gli Stati Membri per l'implementazione dell'EBW?

 

L’European Business Wallet è un progetto che, sulla carta, è difficile non condividere. Oggi un'impresa che vuole operare in un altro Paese europeo deve raccogliere documenti, certificati, traduzioni e autenticare ogni volta, per ogni amministrazione. È uno spreco di tempo e denaro che penalizza soprattutto le piccole e medie imprese, che non hanno uffici legali dedicati. Se riusciamo davvero a dare a ogni azienda europea un'identità digitale riconosciuta ovunque nell'Unione, sarebbe un passo concreto verso un mercato unico che funziona.

Per questo motivo l’ European Business Wallet è uno strumento che va nella direzione giusta e come presidente della commissione ECON ho avuto modo di seguirne l'evoluzione sin dalle prime fasi di consultazione. La Commissione stima risparmi fino a 150 miliardi di euro l'anno per le imprese europee: numeri che, se confermati, sarebbero trasformativi. Ma proprio per questo non possiamo permetterci che resti uno strumento elegante sulla carta e disomogeneo nella pratica.

Il problema è che tra la proposta e l'impatto reale c'è sempre un passaggio critico: l'implementazione. Parliamo di un regolamento che non entrerà in vigore prima del 2027, con altri due o tre anni per l'adeguamento delle pubbliche amministrazioni. Quindi l'orizzonte operativo realistico è 2029-2030. Nel frattempo, le imprese continuano ad aspettare.

Perché non resti uno strumento sulla carta, servono due cose in particolare. Prima di tutto che i registri delle imprese nazionali siano davvero interoperabili. Secondo, che le regioni e le amministrazioni locali vengano messe nelle condizioni concrete di adeguarsi, con risorse e supporto tecnico. Noi non siamo l'ultimo miglio della catena europea, ma il primo punto di contatto con le imprese del territorio. Se non partiamo preparati noi, lo strumento non funziona.

Sulla preparazione degli Stati membri, sono realista: il quadro è disomogeneo. Alcuni Paesi hanno infrastrutture digitali già mature e partiranno avvantaggiati, altri stanno recuperando i gap storici e hanno bisogno dell’Europa per accompagnare gli investimenti.

  

6. Negli ultimi mesi si è discusso molto della proposta “EU Inc.”, cioè l’idea di un quadro societario europeo. È una strada realistica per rafforzare la competitività europea o c’è il rischio di creare tensioni con le normative nazionali e i sistemi fiscali degli Stati membri?

 

EU Inc. risponde a un problema reale. Oggi un'impresa europea che vuole espandersi in un altro Stato membro deve confrontarsi con un sistema giuridico completamente diverso tra contratti, governance e responsabilità degli amministratori. Questo ha un costo enorme, soprattutto per chi non è una multinazionale con decine di avvocati a disposizione. L'idea di un quadro societario europeo armonizzato, opzionale, digitale, con registrazione rapida, va nella direzione giusta. Bisogna abbattere le barriere invisibili che impediscono alle imprese europee di crescere alla scala necessaria per competere con Stati Uniti e Cina.

Detto questo, mi aspetto che il dibattito legislativo affronti con onestà alcune questioni che la proposta oggi lascia aperte. Il nodo più delicato non è il diritto societario in sé ma tutto quello che ci sta attorno: la fiscalità, il diritto del lavoro e le regole sull'insolvenza. Su questi temi le competenze restano agli Stati membri e le differenze sono profonde. Il rischio concreto, da evitare, è che EU Inc. diventi un involucro armonizzato con un contenuto ancora frammentato: utile per aprire una sede, molto meno per gestire un'impresa che opera davvero in più Paesi.

 

presidenza@regione.piemonte.it

bottom of page