La revisione del sistema ETS sarà chiamata a misurarsi con una duplice esigenza: preservare l'efficacia della politica climatica europea e garantire che la transizione rimanga sostenibile per il sistema produttivo. Per le imprese, e in particolare per le PMI, la prevedibilità delle regole, la disponibilità di strumenti di sostegno agli investimenti e un'attenta valutazione degli effetti competitivi rappresentano condizioni essenziali affinché gli obiettivi climatici possano tradursi in un percorso di trasformazione realmente praticabile

È in questa prospettiva che si colloca il dibattito sulla revisione del sistema ETS oltre il 2030. Le anticipazioni sulla proposta della Commissione europea delineano un possibile cambio di passo: non un ridimensionamento dell'ambizione climatica, ma il tentativo di adattare uno degli strumenti cardine del Green Deal alle mutate condizioni economiche e geopolitiche, nonché alle esigenze di competitività dell'industria europea. Un'evoluzione che riflette il crescente dibattito sull'esigenza di coniugare efficacia ambientale, competitività industriale e sostenibilità economica della transizione.
L'attuale configurazione dell'ETS, rafforzata con il pacchetto "Fit for 55", ha contribuito in modo significativo alla riduzione delle emissioni nei settori coperti, ma ha anche evidenziato criticità per le imprese energivore e per le filiere industriali maggiormente esposte alla concorrenza internazionale. In questo contesto, la progressiva eliminazione delle quote gratuite entro il 2034, prevista parallelamente all'entrata a regime del meccanismo CBAM, rappresenta uno dei passaggi più delicati della riforma.
La possibilità, oggi oggetto di valutazione, di estendere o rimodulare il phase-out delle quote gratuite, subordinandolo a investimenti in tecnologie pulite realizzati nell'Unione europea, muove dalla constatazione che il CBAM, pur rappresentando uno strumento innovativo di tutela dalla rilocalizzazione delle emissioni, non elimina integralmente il rischio di perdita di competitività, in particolare sui mercati di esportazione e lungo le catene globali del valore.
Per le PMI e per le imprese inserite in ecosistemi produttivi complessi, questa dinamica è tutt'altro che teorica. Il rischio è quello di una duplice pressione: da un lato l'aumento dei costi legati al carbonio, dall'altro la difficoltà di trasferire tali costi sui prezzi finali in mercati altamente competitivi. In questa prospettiva, una maggiore flessibilità nell'allocazione delle quote gratuite, se accompagnata da condizionalità credibili sugli investimenti in decarbonizzazione, può essere letta come uno strumento di accompagnamento della transizione, più che come un allentamento degli obiettivi climatici.
Analoga attenzione merita il fattore di riduzione lineare (Linear Reduction Factor – LRF), che determina la velocità con cui diminuisce il tetto complessivo delle quote disponibili. I livelli attualmente previsti – pari al 4,3% annuo fino al 2027 e al 4,4% dal 2028 – delineano una traiettoria particolarmente impegnativa. L'ipotesi di una sua ricalibrazione nel periodo successivo al 2030, con valori che potrebbero avvicinarsi al 3%, risponde all'esigenza di evitare effetti eccessivamente prociclici in una fase in cui la transizione industriale europea è ancora in pieno svolgimento. Per il sistema produttivo, e in particolare per le PMI, la gradualità e la prevedibilità del quadro regolatorio rimangono fattori determinanti per sostenere investimenti di lungo periodo.
Un ulteriore ambito di evoluzione riguarda l'integrazione di nuovi strumenti nel perimetro dell'ETS. L'inclusione delle rimozioni permanenti di carbonio, in coerenza con il quadro europeo di certificazione (CRCF), e l'eventuale apertura a crediti internazionali di elevata qualità potrebbero ampliare le opzioni disponibili per le imprese. Al tempo stesso, sarà essenziale assicurare standard rigorosi di certificazione e un'effettiva addizionalità delle riduzioni emissive, così da preservare l'integrità ambientale del sistema ed evitare distorsioni concorrenziali.
L'eventuale estensione dell'ETS ad ulteriori settori, come l'incenerimento dei rifiuti urbani o i voli extra-UE, si inserisce nella logica di un progressivo ampliamento della base emissiva. Anche in questo caso sarà importante valutare attentamente gli effetti indiretti sui costi sostenuti dalle imprese, in particolare da quelle coinvolte nei servizi pubblici locali e nelle filiere logistiche, evitando che nuovi oneri si traducano in ulteriori elementi di pressione per le PMI.
Sul piano finanziario, la revisione sembra orientarsi verso un rafforzamento del collegamento tra politica climatica e politica industriale. Strumenti finanziati attraverso i proventi dell'ETS, quali i contratti per differenza sul carbonio sostenuti dall'Innovation Fund o nuovi meccanismi di incentivo agli investimenti, potrebbero contribuire a ridurre il divario di costo tra tecnologie pulite e soluzioni convenzionali. Parallelamente, l'ipotesi di rafforzare il vincolo sull'utilizzo dei ricavi ETS da parte degli Stati membri va nella direzione di una maggiore coerenza nell'impiego delle risorse, pur richiedendo un equilibrio con le esigenze di flessibilità delle politiche nazionali.
Nel loro insieme, queste possibili linee di intervento delineano un'evoluzione del sistema ETS verso un modello maggiormente integrato con gli obiettivi della politica industriale europea e più attento agli impatti economici della transizione. Per il sistema camerale, la sfida sarà contribuire affinché questa evoluzione si traduca in un quadro regolatorio realmente accessibile anche alle PMI, che spesso subiscono gli effetti dell'ETS in modo indiretto, senza disporre della stessa capacità di adattamento delle grandi imprese.
Il negoziato che si aprirà nei prossimi mesi costituirà un banco di prova importante per la capacità dell'Unione europea di coniugare leadership climatica e competitività economica. La revisione del sistema ETS sarà chiamata a misurarsi con una duplice esigenza: preservare l'efficacia della politica climatica europea e garantire che la transizione rimanga sostenibile per il sistema produttivo. Per le imprese, e in particolare per le PMI, la prevedibilità delle regole, la disponibilità di strumenti di sostegno agli investimenti e un'attenta valutazione degli effetti competitivi rappresentano condizioni essenziali affinché gli obiettivi climatici possano tradursi in un percorso di trasformazione realmente praticabile.
Ana Sarateanu
Direttrice di Unioncamere Europa