L’European Competitiveness Fund punta a rafforzare la competitività europea concentrando risorse e strumenti, con un ruolo centrale affidato a InvestEU.
Resta però aperta la partita per le PMI, soprattutto quelle meno innovative, che rischiano di essere penalizzate da risorse limitate e da strumenti non sempre accessibili.

L’European Competitiveness Fund (ECF) nasce con l’ambizione di rafforzare la competitività europea in un contesto globale sempre più complesso, segnato da transizioni tecnologiche, pressioni geopolitiche e nuove esigenze di autonomia strategica. L’impostazione generale del Fondo punta a concentrare risorse e strumenti, superando la frammentazione del passato. Ma proprio questa concentrazione solleva interrogativi rilevanti, soprattutto per quanto riguarda le piccole e medie imprese.
Una quota significativa delle risorse dell’ECF è destinata a confluire nell’InvestEU Instrument, con una dotazione stimata intorno ai 10 miliardi di euro. A questa si aggiunge una parte consistente delle risorse rimanenti che, per oltre la metà, dovrebbe essere assorbita dai servizi di advisory di InvestEU, rafforzando l’assistenza tecnica e l’accompagnamento agli investimenti.
Si tratta di una scelta coerente con l’obiettivo di sostenere progetti strutturati, investimenti complessi e iniziative ad alto potenziale. Tuttavia, una volta considerate queste componenti, ciò che resta disponibile per altri interventi appare limitato.
Il residuo dell’ECF dovrebbe infatti coprire ambiti cruciali come le competenze – dal Support for Skills Development alla European Skills Guarantee, gestiti da DG EMPL – e una serie di programmi fondamentali per le PMI: gli European Digital Innovation Hubs (eDIH), Erasmus for Young Entrepreneurs (EYE) e, potenzialmente, un nuovo strumento (rete e piattaforma?) in grado di mettere a sistema l’esperienza dell’attuale European Cluster Collaboration Platform (ECCP) e della Enterprise Europe Network (EEN).
Il quadro che emerge è quello di un Fondo chiamato a sostenere molti obiettivi con risorse relativamente concentrate, in cui il rischio non è tanto l’inefficacia degli strumenti, quanto la loro insufficienza rispetto alla platea di imprese interessate.
In particolare, resta aperta la questione delle PMI non innovative o a bassa intensità tecnologica, che costituiscono la maggioranza del tessuto produttivo europeo e rappresentano l’ossatura dell’economia reale. Sono imprese che generano occupazione diffusa, valore aggiunto territoriale e coesione sociale, ma che difficilmente rientrano nei profili tipici dei grandi strumenti finanziari o dei programmi più avanzati.
Per queste imprese, l’accesso a strumenti come InvestEU o a servizi di advisory sofisticati non è scontato. E se le risorse residue dell’ECF devono coprire contemporaneamente competenze, reti, accompagnamento e supporto operativo, il rischio è che l’impatto si diluisca, lasciando scoperta proprio quella base produttiva che garantisce stabilità al sistema economico.
Il punto non è mettere in discussione l’orientamento strategico dell’ECF, né opporre PMI tradizionali e imprese innovative. Il punto è riconoscere che la competitività europea non si costruisce solo sulle punte più avanzate, ma anche sulla capacità di accompagnare un’ampia platea di imprese nei percorsi di adattamento, transizione e rafforzamento.
Per questo, il tema delle risorse resta centrale. Se l’ECF vuole essere davvero uno strumento inclusivo e sistemico, servono fondi adeguati per sostenere non solo gli investimenti di frontiera, ma anche i programmi e le reti che rendono le politiche europee accessibili e praticabili per la maggioranza delle PMI. Senza questo equilibrio, il rischio è che la competitività resti un obiettivo ambizioso, ma parzialmente raggiunto.
Ana Sarateanu
Direttrice Unioncamere Europa