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PASSAPAROLA - L’Europa alla prova dell’economia reale

21/09/26

Lo Stato dell’Unione 2026 racconta un’Europa più forte e più indipendente. Ma guardando il discorso dalla prospettiva delle imprese, la fotografia è meno rassicurante.

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«La nostra Unione non è mai stata così forte». Ursula von der Leyen ha aperto così lo Stato dell’Unione 2026. Poche frasi dopo ha aggiunto che l’Europa non è mai stata tanto vulnerabile.


Tra queste due affermazioni c’è buona parte della storia economica europea di oggi. Letto dalla prospettiva delle imprese, il discorso tocca molti dei nodi che negli ultimi due anni hanno ridefinito il dibattito economico europeo: industria, energia, mercato unico, semplificazione, innovazione. Sono gli stessi problemi messi a fuoco dai rapporti Draghi e Letta. Curiosamente, la competitività è più presente nei contenuti del discorso che nel suo lessico. Ma nel racconto dello Stato dell’Unione le risposte avviate sembrano a tratti diventare già risultati. Per le imprese la distinzione non è secondaria.


 

Basta guardare all’industria. Sul “second China shock”, von der Leyen non parla più di un rischio: «è già qui», afferma, e sta producendo deindustrializzazione nei territori industriali europei. È difficile immaginare un segnale più chiaro. L’Europa non deve soltanto ridurre le proprie dipendenze: deve evitare di perdere la capacità di produrre.


La risposta europea punta su tecnologie strategiche, clean tech, intelligenza artificiale, materie prime e filiere critiche. Tutto necessario. Ma un’impresa decide dove produrre anche guardando al prezzo dell’energia, al costo del capitale, ai tempi di un’autorizzazione, alla disponibilità di competenze e alla stabilità delle regole. La politica industriale comincia dalle grandi strategie, ma viene giudicata su queste condizioni.


E poi c’è una questione di scala, ma nel senso opposto a quello di cui normalmente si parla a Bruxelles. Il 99% delle imprese della business economy europea è costituito da micro e piccole imprese. Non svilupperanno tutte semiconduttori, modelli di intelligenza artificiale o tecnologie pulite. Devono però poterli utilizzare.


Su questo von der Leyen coglie un punto importante. Parlando di AI, ha detto che l’Europa non deve necessariamente sviluppare ogni tecnologia di frontiera per riuscire a trarne valore: bisogna portarla “dallo schermo all’economia reale”. È probabilmente uno dei passaggi più interessanti del discorso. Ma dovrebbe valere per l’intera politica della competitività.

 

Il prossimo bilancio europeo investirà ingenti risorse nelle tecnologie strategiche, nel digitale, nella clean tech, nelle biotecnologie, nella difesa e nello spazio. L’Europa deve recuperare il proprio ritardo tecnologico. Ma il successo non potrà essere misurato soltanto nel numero di tecnologie sviluppate o di scale-up create. Dovrà vedersi anche nella produttività delle imprese che quelle tecnologie dovranno adottare.nPer una piccola impresa, innovare è spesso molto meno spettacolare: automatizzare un processo, utilizzare l’AI, acquistare un nuovo macchinario, formare un dipendente, ridurre i consumi energetici, trovare un cliente in un altro Stato membro. Moltiplicato per milioni di imprese, è anche questo il salto di produttività di cui l’Europa ha bisogno.

 

Poi c’è la semplificazione. Ed è qui che il contrasto tra racconto e realtà diventa particolarmente evidente. Gli Omnibus hanno invertito la rotta. Ma annunciare una semplificazione non significa aver semplificato. Alcune misure sono state adottate, altre sono ancora in negoziato. Tra una proposta presentata a Bruxelles e un obbligo che scompare dalla scrivania di un’impresa possono passare anni. E mentre l’Europa semplifica le regole di oggi, le imprese stanno ancora assorbendo quelle di ieri.


Il regolamento sugli imballaggi si applica da agosto e la sua attuazione ha già reso necessari chiarimenti interpretativi della Commissione. Dal 27 settembre si applicheranno le nuove disposizioni sull’Empowering Consumers for the Green Transition. Prima ancora dell’entrata in applicazione, è stato necessario concordare a livello europeo come gestire un problema molto concreto: che cosa fare delle scorte di prodotti già presenti sul mercato. Non sono dettagli tecnici. Sono il punto nel quale una norma europea diventa un costo, una procedura o un’incertezza per un’impresa.


La Commissione stessa ha fissato al 2029 l’obiettivo di ridurre gli oneri amministrativi del 25% per tutte le imprese e del 35% per le PMI. È quindi presto per parlare della semplificazione come di un risultato acquisito. Von der Leyen ha richiamato gli Stati membri alla loro responsabilità, chiedendo di evitare il gold-plating. Il richiamo è giusto. Ma la burocrazia europea non nasce tutta nelle capitali nazionali. Può nascere nella norma europea, crescere nel recepimento e complicarsi ulteriormente nell’attuazione. All’impresa, alla fine, arriva il conto complessivo. Chi lo ha mandato è secondario.


Le Camere di commercio e dell’industria tedesche hanno scelto parole decisamente meno istituzionali per descrivere l’accumularsi di obblighi e complessità: “Ich kann so nicht arbeiten” (Così non posso lavorare). È uno slogan, ma contiene una domanda che merita di arrivare anche a Bruxelles: quanto tempo può dedicare un imprenditore alla propria impresa?


Lo stesso vale per il mercato unico. Da oltre trent’anni diciamo che è il principale asset competitivo dell’Europa. Eppure, differenze normative e amministrative continuano a rendere più difficile operare oltre frontiera, soprattutto per le imprese più piccole. Un mercato di 450 milioni di consumatori è un vantaggio competitivo straordinario, ma soltanto se le imprese riescono davvero a utilizzarlo come un mercato unico.

 

È per tutte queste ragioni che il punto di osservazione delle Camere conta. Non perché serva un altro intermediario tra Bruxelles e le imprese, ma perché qualcuno deve verificare che cosa resta di una politica europea quando arriva alla porta di un’azienda: quanto è comprensibile, quanto costa applicarla, quali opportunità apre e quali ostacoli lascia.

 

Lo Stato dell’Unione racconta un’Europa più forte e più indipendente, che ha avviato molte delle risposte alle debolezze emerse negli ultimi anni. Vista dalle imprese, però, la distanza tra le politiche annunciate e i risultati percepibili resta considerevole.


Ed è forse proprio questo il rischio: confondere le politiche avviate con i risultati ottenuti. Rivendicare risultati che le imprese ancora faticano a riconoscere nella propria esperienza quotidiana rischia di accentuare, anziché ridurre, la distanza tra Bruxelles e l’economia reale.

La competitività europea si costruisce nei laboratori, nelle tecnologie di frontiera e nei grandi investimenti strategici.


Ma alla fine si misura anche in una domanda molto meno sofisticata: in Europa, oggi, è diventato più facile per un’impresa investire, assumere, innovare, esportare e crescere?


Ana Sarateanu

Direttrice di Unioncamere Europa

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