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EDITORIALE - Scaleup Europe Fund: la sfida europea non è creare startup, ma trattenerne la crescita

22/05/26

L’Europa sa creare startup innovative, ma fatica ancora a sostenerne la crescita, spingendo molte imprese promettenti a cercare capitali e sviluppo fuori dall’UE. Il nuovo Scaleup Europe Fund, affidato a EQT, punta a colmare questo gap sostenendo le scaleup deep-tech, ma il vero banco di prova sarà creare un contesto normativo, industriale e finanziario capace di trattenere in Europa innovazione e crescita globale.

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Per anni l’Europa ha investito con successo nella ricerca, nell’innovazione e nella nascita di startup tecnologiche. Più difficile, invece, si è rivelata la capacità di accompagnare queste imprese nella fase decisiva della crescita industriale e commerciale. È proprio in questo passaggio che molte delle realtà europee più promettenti finiscono spesso per cercare capitali, mercati e condizioni di sviluppo al di fuori dell’Unione europea.


La scelta di EQT come gestore del nuovo Scaleup Europe Fund rappresenta quindi qualcosa di più di una semplice iniziativa finanziaria: segna un ulteriore passo verso una politica industriale europea sempre più orientata alla competitività tecnologica e alla capacità di trattenere in Europa innovazione, proprietà intellettuale e crescita industriale.


L’iniziativa, promossa dal Consiglio europeo per l’innovazione (EIC), nasce infatti con l’obiettivo di rafforzare la capacità europea di sostenere le imprese deep-tech nelle fasi di scaleup, quando servono capitali molto elevati, capacità industriale, accesso rapido ai mercati globali e una maggiore integrazione tra innovazione e sistema produttivo.


Come è noto, la scelta di EQT è arrivata al termine della call pubblica lanciata dalla Commissione europea e dall’EIC tra dicembre 2025 e febbraio 2026 per individuare il gestore del nuovo Fondo. La selezione si è basata sull’esperienza negli investimenti in scaleup tecnologiche, sulla capacità di attrarre capitali privati e sulla presenza di un team dedicato localizzato nell’Unione europea.


Con una dotazione iniziale di 5 miliardi di euro - destinata potenzialmente a mobilitare ulteriori investimenti privati - il Fondo rappresenta, nelle intenzioni della Commissione europea, il più grande strumento europeo dedicato esclusivamente alle scaleup tecnologiche. L’obiettivo è sostenere imprese ad alto potenziale attive in settori strategici quali intelligenza artificiale, quantum computing, biotecnologie, spazio, energia pulita, semiconduttori e tecnologie dual use, comparti ormai considerati essenziali per la resilienza economica e la sovranità tecnologica europea.


Il Fondo prova così a rispondere a una delle fragilità strutturali dell’ecosistema europeo dell’innovazione. L’Europa continua infatti a distinguersi per qualità della ricerca scientifica, capacità imprenditoriale e numero di startup innovative, ma fatica ancora a creare imprese tecnologiche di scala globale. Non è un caso che numerose aziende europee, una volta raggiunta una certa maturità, scelgano di trasferirsi negli Stati Uniti, aprire il capitale a investitori extraeuropei o essere acquisite da grandi gruppi internazionali.


La scelta di EQT riflette inoltre la volontà dell’EIC di affidare il Fondo a un operatore con una forte esperienza internazionale nel growth equity e negli investimenti in imprese tecnologiche ad alta crescita. Il gruppo svedese gestisce asset per centinaia di miliardi di euro ed è oggi tra i principali investitori europei nel settore tecnologico e industriale. La struttura del Fondo sarà inoltre basata su una logica pubblico-privata, con il coinvolgimento di investitori istituzionali europei. Sul lato italiano figurano, tra gli altri, Fondazione Compagnia di San Paolo, Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo. La presentazione ufficiale è prevista durante l’EIC Summit del 3 giugno 2026, mentre i primi investimenti dovrebbero essere effettuati in autunno.


L’iniziativa, che si applica ai 27 Stati membri dell’Unione , ma non al Regno Unito (che non ha ancora aderito all’accordo), né a Moldavia, Ucraina e Bielorussia, non rappresenta peraltro un caso isolato, ma si inserisce in una strategia europea più ampia che punta a rafforzare il mercato unico dell’innovazione attraverso strumenti come il 28° Regime e l’European Business Wallet, iniziative che mirano a ridurre frammentazione normativa, costi amministrativi e ostacoli operativi per le imprese innovative che operano a livello europeo.


Non mancano tuttavia elementi di cautela. Sebbene significativa nel contesto europeo, la dimensione del Fondo resta ancora limitata rispetto ai volumi disponibili nei grandi mercati del venture capital statunitense o asiatico. Rimane inoltre aperta la questione della distribuzione geografica degli investimenti: uno dei rischi è che il capitale si concentri prevalentemente negli ecosistemi dell’Europa settentrionale già più maturi, lasciando meno spazio ai sistemi innovativi emergenti.


Altri osservatori evidenziano inoltre il rischio che il Fondo finisca per operare prevalentemente secondo logiche finanziarie di mercato, privilegiando le imprese già più consolidate senza riuscire realmente a rafforzare la coesione dell’innovazione europea. Il Jacques Delors Centre, ad esempio, ha recentemente sottolineato la necessità che il Fondo mantenga una chiara missione strategica europea e non si trasformi semplicemente in un grande strumento orientato principalmente ai rendimenti finanziari.


Ma la questione più importante è probabilmente un’altra. Il capitale, da solo, potrebbe non essere sufficiente a colmare il ritardo europeo se non accompagnato da un contesto normativo e industriale favorevole alla crescita. Temi come la semplificazione amministrativa, la rapidità autorizzativa, il costo dell’energia, la disponibilità di competenze avanzate, l’accesso ai mercati dei capitali e la piena integrazione del mercato unico restano fattori decisivi per consentire alle scaleup europee di competere globalmente.


In questo quadro, anche il ruolo del sistema camerale appare destinato a rafforzarsi ulteriormente. La capacità di creare connessioni tra imprese innovative, investitori, università, grandi industrie e strumenti europei di sostegno sarà infatti sempre più determinante per accompagnare la trasformazione tecnologica e industriale dei territori e garantire che anche le PMI possano beneficiare pienamente delle nuove opportunità offerte dall’innovazione europea.


La vera sfida europea, in definitiva, non sarà soltanto finanziare le scaleup, ma creare finalmente le condizioni affinché le imprese innovative possano restare europee anche nella fase della crescita industriale globale.


diana.marcello@unioncamere-europa.eu



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