Come ridurre la distanza tra decisioni europee e bisogni reali di imprese e territori produttivi italiani?
Il negoziato sul prossimo bilancio a lungo termine dell’UE, noto come Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2028-2034, dominerà l’agenda europea dei prossimi mesi. Lungi dall’essere un esercizio meramente finanziario, si tratta di uno dei dossier più politici, in quanto tocca tutte le politiche dell’Unione, ne identifica le priorità d’azione e definisce le risorse e gli strumenti di cui disporrà l’Unione per trasformare le nostre priorità comuni in azione e l’azione in risultati.
Il Consiglio europeo ha indicato l’orizzonte del dicembre 2026 per raggiungere un accordo politico, in modo da assicurare che le risorse comincino ad arrivare a beneficiari e territori già ad inizio 2028, un anno e mezzo dopo la fine dell’iniezione di Next Generation EU nelle nostre economie.
L’Italia condivide il focus del bilancio sulla competitività, ma sempre preservando gli obiettivi di coesione sociale, economica e territoriale che sono iscritti nei Trattati e sono alla base del progetto europeo.
Guardando ai contenuti, la Commissione ha proposto una radicale semplificazione dell’architettura di bilancio, strutturandolo su tre grandi assi strategici - Piani di Partenariato Nazionale e Regionale (NRP), Competitività e Azione esterna - e dotandolo di una grande flessibilità per rispondere con tempestività a crisi ed eventi imprevisti e adattarsi con efficacia a nuove sfide e priorità. La mancanza di flessibilità è stato il grande problema dell’attuale bilancio, nato prima della guerra in Ucraina e della crisi energetica. Per questo motivo, comprendiamo questa logica, ma vigileremo affinché questa flessibilità sia accompagnata da garanzie di visibilità e prevedibilità per beneficiari, politiche e territori, specie a sostegno degli investimenti di lungo termine, e da una governance rafforzata, per assicurare che la programmazione e l’orientamento delle risorse siano il più possibile linea con gli interessi del nostro Paese e dei nostri territori.
Per questo, ad esempio, nel quadro del negoziato sulla proposta per i Piani (il primo asse), stiamo lavorando affinché le regioni e i territori continuino a essere protagonisti e responsabili dei propri percorsi di sviluppo, mantenendo un dialogo diretto con la Commissione europea, in partenariato con le autorità locali, i portatori di interesse, le parti economiche e sociali e la società civile. Al contempo, sarà importante garantire che imprese e stakeholders possano contribuire a gestire e orientare strumenti a gestione diretta, a cominciare dal nuovo Fondo Europeo per la Competitività, per sostenere in maniera efficace progetti e tecnologie strategiche lungo tutto il ciclo dell’investimento, dalle idee al mercato. Il sostegno alle industrie tradizionali che stanno attraversando transizioni complesse e la valorizzazione delle PMI, spina dorsale della nostra economia, rimangono altre due direttrici fondamentali dell’azione italiana in questo negoziato.
La Rappresentanza Permanente d’Italia a Bruxelles mantiene contatti continui con i portatori di interesse italiani e con i rappresentanti delle autorità regionali e locali a Bruxelles, proprio per “fare sistema” sin dalla fase negoziale con l’obiettivo di scrivere le regole dei nuovi fondi nella maniera più congeniale a valorizzare il potenziale del nostro tessuto produttivo.
Quali scelte di bilancio permetteranno una politica industriale UE che arrivi anche alle PMI, non solo alle “large corps”?
La tutela e la valorizzazione del tessuto produttivo italiano, con le sue caratteristiche peculiari, resta una priorità italiana nell’ambito del negoziato sul prossimo QFP. In questo quadro, il Fondo europeo per la competitività avrà un ruolo importante per favorire la crescita delle nostre imprese tramite un sostegno mirato all’innovazione e alla produttività dei settori economici più strategici.
Nel negoziato in Consiglio, l’Italia sostiene con forza l’esigenza di un approccio volto a sostenere non solo le imprese di grandi dimensioni, ma anche le piccole e medie imprese, che costituiscono la spina dorsale della nostra economia e sono fondamentali nel garantire la continuità delle filiere produttive strategiche. Stiamo lavorando affinché gli strumenti di politica industriale previsti dal Fondo tengano in considerazione il ruolo delle PMI quali fornitrici e partner nelle catene del valore e favoriscano la loro effettiva integrazione nei grandi progetti industriali, eventualmente trainate dalle grandi imprese europee in qualità di capofila nelle filiere dei progetti industriali europei.
Altri strumenti previsti dal Fondo che vanno in questo senso sono i bandi dedicati alle PMI e meccanismi finalizzati a garantirne una vera partecipazione, ad esempio tramite lo strumento ECF InvestEU, dove le PMI sono tra le beneficiarie, insieme alle start-up e alle scale-up.
L’Italia sostiene inoltre lo sviluppo di tutte quelle azioni di supporto ai richiedenti volte a favorire pari opportunità nell’accesso ai finanziamenti. Così, attraverso il Fondo europeo per la competitività, le PMI potranno beneficiare di attività di consulenza mirata alla progettazione, di reti d’impresa europee per rafforzare le connessioni e lo sviluppo di competenze mirate per la creazione di progetti e per l’innovazione. Per l’Italia è fondamentale rafforzare la portata di queste azioni mirate per affrontare la sfida della competitività a tutti i livelli e raggiungere capillarmente tutto il territorio dell’Unione.
Come ricordavo prima, il Fondo è parte del negoziato sul QFP che è ancora in corso e il risultato, dunque, non è ancora definito. L’Italia è impegnata per assicurare che gli elementi di sostegno alle PMI siano adeguatamente tenuti in considerazione.
Con risorse limitate, come evitare che verde+digitale penalizzino la competitività delle imprese europee rispetto a concorrenti extra-UE?
Con risorse pubbliche necessariamente limitate, la sfida non è scegliere tra transizione verde e competitività industriale, ma costruire un percorso in cui le due dimensioni si rafforzino reciprocamente. È una questione di equilibrio e, soprattutto, di metodo: serve un approccio pragmatico, fondato sulla neutralità tecnologica e capace di adattarsi alle condizioni reali dell’economia europea.
L’Unione ha fissato obiettivi climatici ambiziosi. Tuttavia, il modo in cui questi obiettivi vengono perseguiti non può prescindere dalla struttura industriale europea, caratterizzata da una forte presenza di piccole e medie imprese e da settori energivori esposti alla concorrenza globale, in un contesto in cui il già esistente divario nei costi dell’energia rispetto ad altre aree del mondo sta aumentando ancor più a seguito del conflitto in Medio Oriente. Il rischio da evitare è che la transizione si traduca in un aumento degli oneri operativi tale da spingere la produzione fuori dall’Europa, con effetti controproducenti sia sul piano economico e sociale sia su quello ambientale.
È qui che emerge il nodo della flessibilità. L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato come un impianto regolatorio eccessivamente rigido fatichi a reggere l’urto di contesti in rapido mutamento, segnati da shock esogeni - dalle pandemie alle tensioni geopolitiche - e da forti
turbolenze nei mercati dell’energia. Rendere più flessibili i percorsi di attuazione delle regole europee non significa attenuare l’ambizione climatica ma, al contrario, metterla in condizione di resistere nel tempo, evitando che la transizione si trasformi da opportunità in vincolo.
Le difficoltà di approvvigionamento e le tensioni registrate di recente sui mercati globali a seguito della crisi in Medio Oriente lo dimostrano con chiarezza: senza adeguati margini di adattamento, anche politiche ben concepite rischiano di produrre effetti distorsivi o di dover essere continuamente corrette, alimentando incertezza.
La priorità, quindi, è duplice. Da un lato, occorre intervenire su uno dei fattori che oggi incidono maggiormente sulla competitività industriale europea: il livello e la volatilità dei prezzi dell’energia. Senza un’azione credibile per contenerne le oscillazioni e migliorarne la prevedibilità, qualsiasi strategia industriale è destinata a perdere efficacia. Ciò richiede investimenti nelle infrastrutture, una maggiore integrazione del mercato interno e un uso più mirato degli strumenti europei per attenuare la volatilità. Allo stesso tempo, la stabilità del quadro regolatorio resta essenziale per orientare gli investimenti e rafforzare la fiducia degli operatori.
Dall’altro lato, è necessario introdurre maggiore flessibilità nei percorsi di decarbonizzazione. La neutralità tecnologica deve tradursi in un’apertura concreta a tutte le soluzioni in grado di ridurre le emissioni nel breve e medio periodo, inclusi i carburanti rinnovabili e low-carbon. Ciò significa anche valorizzare le filiere industriali europee esistenti, accompagnandole nella trasformazione invece di sostituirle prematuramente. Le politiche che combinano obiettivi ambientali con adeguati margini di adattamento si dimostrano più resilienti; quelle eccessivamente prescrittive, al contrario, tendono a generare incertezza e a richiedere aggiustamenti continui.
Un ulteriore elemento riguarda l’uso efficiente delle risorse pubbliche. Più che moltiplicare gli strumenti, è necessario migliorarne il coordinamento e l’accessibilità, soprattutto per le PMI. Parallelamente, è fondamentale mobilitare investimenti privati, riducendo il rischio regolatorio e garantendo prevedibilità.
Infine, la dimensione esterna resta decisiva. Strumenti come il CBAM devono essere accompagnati da un’attenta valutazione degli impatti sulla competitività e sulle catene del valore, evitando effetti distorsivi e assicurando condizioni di concorrenza eque a livello globale.
In definitiva, la transizione sarà sostenibile solo se saprà esserlo anche sul piano economico. Significa coniugare ambizione climatica, flessibilità attuativa e realismo industriale, creando le condizioni perché le imprese europee non solo si adattino, ma restino competitive e capaci di crescere.
Quale ruolo possono avere le reti camerali territoriali per ancorare le politiche UE ai bisogni reali e rafforzare la loro legittimazione democratica?
Le reti camerali territoriali possono offrire un contributo fondamentale nell’avvicinare l’UE ai territori. Grazie alla loro presenza capillare e alla conoscenza diretta del tessuto produttivo locale, rappresentano un presidio fondamentale di ascolto e mediazione e fungono da veri e propri “terminali” per l’UE.
Questo è vero sia in fase ascendente, perché possono offrire informazioni utili a calibrare gli interventi in modo più aderente alle diverse realtà socio-economiche, sia in fase discendente, perché svolgono una funzione di disseminazione e aiutano le imprese a orientarsi nella complessità normativa dell’UE.
Grazie anche alla produzione di dati a sostegno delle politiche pubbliche e alla partecipazione attiva ai programmi europei, le reti camerali contribuiscono a rafforzare la legittimazione democratica e il senso di partecipazione e appartenenza al progetto europeo e, in ultima analisi, possono aiutare ad accrescere l’efficacia delle politiche pubbliche e la loro accettazione da parte dei cittadini e delle imprese.
Nell’esplicare tali funzioni, è prezioso il dialogo tra le reti camerali e le Istituzioni italiane.
Qual è il messaggio politico che l'Italia e l'UE devono dare oggi alle imprese europee per attrarle rispetto a USA e Cina?
Il messaggio che oggi l’Italia e l’Unione Europea devono dare alle imprese europee è molto chiaro: l’Europa non vuole più essere soltanto un grande mercato di consumo, ma tornare ad essere il luogo più affidabile, avanzato e conveniente dove investire, innovare e produrre.
Questo è il punto di fondo che emerge tanto dal Rapporto Letta quanto dal Rapporto Draghi: il Mercato Unico, grande progetto politico ancora “incompiuto”, assume oggi più che mai il profilo di uno strumento per dare scala, sicurezza e prospettiva industriale alle nostre imprese.
Letta, in particolare, ha insistito nel suo rapporto sull’esigenza di un vero salto di integrazione, anche attraverso un “28° regime” europeo che consenta alle imprese di operare con regole più semplici e uniformi. Draghi, per parte sua, ha indicato tre priorità decisive: colmare il gap dell’innovazione, coniugare decarbonizzazione e competitività, ridurre le dipendenze strategiche.
In questo quadro, il Consiglio europeo del 19 marzo 2026 ha compiuto un passo avanti importante, perché ha riepilogato e messo a sistema questi orientamenti in una agenda operativa - “One Europe, One Market” che persegue l’ambizioso obiettivo di un salto di qualità decisivo: il completamento di un Mercato unico più integrato, meno oneri amministrativi, un’energia più accessibile, una “EU Inc.” per aiutare le imprese a crescere oltre i confini nazionali, una Unione del risparmio e degli investimenti per mobilitare capitali privati, una preferenza europea mirata e proporzionata nei settori strategici, insieme con strumenti più forti contro concorrenza sleale e coercizione economica. È un cambio di impostazione molto significativo: l’Europa comincia a dire alle imprese che non chiederà loro soltanto di adattarsi, ma costruirà finalmente un contesto più favorevole alla loro crescita.
L’Italia sostiene questa linea in Europa, a tutti i livelli.
Il nostro Governo ha una visione chiara e coerente per il rilancio della competitività europea: neutralità tecnologica, semplificazione radicale degli oneri amministrativi in carico alle aziende e deregolamentazione laddove necessario, rafforzamento del Mercato Unico, sostegno agli investimenti, attenzione alle industrie energivore e introduzione di una preferenza europea “proporzionata” nei comparti strategici, basata su chiare analisi del mercato per evitare effetti distorsivi, e rispettosa delle catene di valore e dei partenariati esistenti.
In definitiva, il messaggio di fondo che vogliamo dare alle imprese – europee e non – è questo: in Europa troverete stabilità democratica, qualità industriale, certezza del diritto, un quadro regolamentare business-friendly, una transizione tecnologicamente aperta, una economia aperta, ma, da ora in avanti, anche una volontà politica più forte di difendere chi produce valore.
Per competere con Stati Uniti e Cina, l’Europa non deve imitarli in tutto, ha una sua specificità che è anche un valore aggiunto. Deve però essere altrettanto rapida, flessibile, strategica e ambiziosa.
Meno frammentazione, più scala; meno burocrazia, più capitale; meno dipendenze, più sovranità industriale.
Se sapremo trasformare questa visione in atti concreti, l’Europa potrà tornare ad essere non solo un mercato straordinario, ma la migliore piattaforma industriale del mondo per le imprese che vogliono investire nel lungo periodo.
