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Sommario
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1. Introduzione: Contesto e Governance

1.1. Introduzione alla transizione verde dell’UE 

L’Unione Europea sta affrontando una trasformazione profonda per diventare una comunità climaticamente neutra entro il 2050. Questa transizione, avviata con il Green Deal europeo, coinvolge tutti i settori economici e mira a coniugare sostenibilità ambientale, crescita economica e inclusione sociale. Per le PMI, rappresenta sia una sfida normativa che un’opportunità strategica.

  • Il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità impongono una revisione sistemica del modello di sviluppo europeo. Il Green Deal non è solo un piano ambientale, ma una strategia integrata che abbraccia energia, trasporti, industria, agricoltura e tutela della natura. La sostenibilità è ormai una priorità trasversale in tutte le politiche europee. Per le PMI e le reti imprenditoriali, questa evoluzione comporta nuovi obblighi normativi e requisiti di conformità, ma anche opportunità legate all’innovazione, ai finanziamenti e ai mercati emergenti. L’UE sostiene attivamente le imprese con strumenti dedicati alla competitività, alla digitalizzazione e alla transizione ecologica. La governance ambientale europea è multilivello: coinvolge istituzioni UE, governi nazionali e attori locali, garantendo coordinamento, trasparenza e partecipazione. Il pacchetto legislativo “Fit for 55”, adottato nel 2021, mira a ridurre le emissioni del 55% entro il 2030, ridefinendo regole e investimenti per il futuro. A livello globale, l’UE è protagonista nella finanza sostenibile. Contribuisce al Green Climate Fund e collabora con Paesi come Argentina, Canada, Cina e India attraverso la Piattaforma Internazionale per la Finanza Sostenibile. Il Gruppo di Esperti di Alto Livello (HLEG- High-Level Expert Group on sustainable finance), istituito nel 2022, ha formulato raccomandazioni per rafforzare il ruolo del settore privato nella transizione verde nei Paesi a medio e basso reddito.

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1.2. Governance dell’UE in materia di clima e sostenibilità

La governance ambientale dell’Unione Europea si basa su un sistema decisionale multilivello che coinvolge Istituzioni europee, Stati membri e attori locali. La Commissione Europea guida il processo legislativo, ma il Parlamento e il Consiglio garantiscono rappresentanza democratica.  La partecipazione delle PMI alla definizione delle politiche avviene principalmente a livello nazionale

  • La Commissione Europea svolge un ruolo centrale nella definizione delle politiche ambientali attraverso strutture specializzate come la Direzione Generale per l'Ambiente (DG ENV) e la Direzione Generale per l'Azione Climatica (DG CLIMA). Le proposte legislative elaborate dalla Commissione Europea non entrano automaticamente in vigore, ma sono oggetto di un processo di esame, emendamento e negoziazione tra il Parlamento Europeo e il Consiglio dell'Unione Europea, che rappresentano rispettivamente i cittadini e gli Stati membri. L'iter può concludersi senza l'adozione di un atto qualora non si raggiunga un accordo. Quando le norme vengono approvate, esse possono assumere forme differenti: i regolamenti, che sono direttamente applicabili in tutti gli Stati membri, e le direttive, che richiedono un recepimento attraverso la legislazione nazionale, consentendo agli Stati di adattarne l'attuazione alle proprie specificità nel rispetto degli obiettivi comuni. Per definire aspetti tecnici o modalità pratiche di applicazione, la Commissione può adottare anche atti delegati o di esecuzione, che completano la normativa principale e ne assicurano un'attuazione uniforme. Le competenze ambientali sono condivise tra l'UE e gli Stati membri; entrambi possono adottare misure vincolanti. Un esempio emblematico è la Legge europea sul clima, approvata nel 2021, che ha fissato l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 e una riduzione del 55% delle emissioni nette entro il 2030. Nel luglio 2025, la Commissione ha proposto un aggiornamento con un nuovo obiettivo intermedio per il 2040: una riduzione del 90% delle emissioni nette. Per garantire coerenza e monitorare i progressi, è stato introdotto un sistema di pianificazione basato sui Piani Nazionali Integrati per l’Energia e il Clima (PNIEC), che ogni Stato membro deve aggiornare regolarmente. Questi piani devono essere coerenti con le strategie nazionali a lungo termine e prevedono il coinvolgimento diretto di cittadini, imprese e autorità locali, offrendo anche alle PMI e alle Camere di Commercio la possibilità di contribuire attivamente alla definizione delle politiche. A livello internazionale, l’UE partecipa a iniziative multilaterali per la sicurezza industriale, collaborando con organismi come: la Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite (UNECE), che promuove la cooperazione su incidenti transfrontalieri e sicurezza ambientale; il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), che lavora sulla prevenzione degli incidenti e sulla sostenibilità globale; l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che sviluppa linee guida per la gestione degli incidenti chimici e la sicurezza industriale. L’UE è anche tra i principali attori della finanza climatica globale, collaborando con la Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Nel 2022, la Commissione ha stanziato oltre 4 miliardi di euro, in gran parte destinati ad azioni di adattamento climatico, mentre la BEI ha contribuito con 2,5 miliardi per progetti legati alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica, soprattutto in Africa. In questo contesto si inserisce il HLEG, istituito per analizzare come rafforzare la finanza sostenibile nei Paesi a medio e basso reddito. Composto da esperti internazionali, il gruppo ha il compito di formulare proposte per mobilitare investimenti pubblici e privati a sostegno della transizione ecologica in contesti con risorse limitate. Il Green Climate Fund, invece, è un fondo multilaterale creato nell’ambito della Convenzione ONU sul cambiamento climatico, con l’obiettivo di sostenere progetti nei Paesi in via di sviluppo per ridurre le emissioni e migliorare la resilienza climatica. L’UE è tra i principali contributori, confermando il proprio impegno nella finanza climatica globale.

1.3. Obiettivi climatici dell’UE e impatti per le PMI 

La condivisione delle responsabilità tra l’Unione Europea e gli Stati membri è un elemento chiave della governance climatica, con implicazioni dirette per le PMI e i territori. Mentre l’UE definisce obiettivi comuni, come la neutralità climatica entro il 2050, spetta ai singoli Paesi decidere come raggiungerli, adattando le misure alle proprie realtà economiche e sociali. Questo approccio multilivello crea opportunità e sfide che le imprese devono saper interpretare.

  • La struttura della governance climatica europea consente agli Stati membri di definire traguardi intermedi, scegliere le tecnologie da adottare e progettare meccanismi di sostegno, spesso in collaborazione con autorità locali e attori economici. Per le PMI, questo significa operare in un contesto normativo in continua evoluzione, dove è fondamentale comprendere strumenti chiave come il Sistema di Scambio delle Emissioni (EU ETS), il Regolamento sulla Condivisione degli Sforzi e le normative settoriali su trasporti e uso del suolo. L’approccio dell’UE è sistemico e inclusivo, basato sulla consapevolezza che la transizione climatica richiede un’azione coordinata a tutti i livelli di governo e in tutti i settori economici. Per sostenere questa trasformazione, l’UE ha integrato gli obiettivi climatici nel proprio bilancio: tra il 2021 e il 2027, la spesa legata al clima ammonta a circa 658 miliardi di euro, distribuiti attraverso il Quadro Finanziario Pluriennale e il piano NextGenerationEU. Queste risorse sono trasversalmente incorporate nei principali programmi europei, come la Politica Agricola Comune, la Politica di Coesione, Horizon Europe, il Connecting Europe Facility e il Recovery and Resilience Facility. Per le PMI, ciò si traduce in opportunità di finanziamento che vanno oltre i programmi ambientali, includendo iniziative economiche, tecnologiche e di innovazione. Un esempio mirato è il Programma LIFE, che dedica circa 905 milioni di euro alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici. Le PMI sono considerate attori centrali in questo programma, insieme a enti pubblici e organizzazioni della società civile. I finanziamenti LIFE possono sostenere lo sviluppo di modelli di business sostenibili, l’efficienza energetica e la resilienza climatica. Oltre ai contributi a fondo perduto, l’UE mobilita investimenti privati attraverso strumenti finanziari misti, come il Fondo Europeo per lo Sviluppo Sostenibile Plus (EFSD+) e la Garanzia per l’Azione Esterna. Questi meccanismi combinano sovvenzioni europee con prestiti e capitali di rischio, riducendo il rischio per gli investitori e facilitando l’accesso ai finanziamenti. Per le PMI attive nei mercati internazionali o coinvolte in catene del valore globali, rappresentano un’opportunità concreta per avviare nuove collaborazioni e accedere a risorse strategiche.

1.4. Coinvolgimento degli stakeholder e governance inclusiva

La transizione climatica europea si basa su un coinvolgimento attivo degli attori economici e sociali nella definizione delle politiche, con strumenti che permettono alle PMI e alle Camere di Commercio di partecipare ai processi decisionali. Attraverso i Piani Nazionali per l’Energia e il Clima e i Piani Sociali per il Clima, le imprese possono contribuire alla progettazione di misure concrete, accedere a finanziamenti mirati e influenzare l’attuazione delle strategie climatiche a livello territoriale.

  • L’Unione Europea ha previsto, attraverso strumenti normativi come il Regolamento sulla governance dell’energia e del clima, che gli Stati membri consultino stakeholder qualificati nella redazione dei Piani Nazionali per l’Energia e il Clima e delle strategie climatiche a lungo termine. Questo coinvolgimento include soggetti pubblici e privati, con l’obiettivo di garantire che le misure siano calibrate sulle esigenze dei territori e delle diverse categorie economiche. Per le PMI e le Camere di Commercio, ciò rappresenta un’opportunità concreta per contribuire alla definizione di politiche che tengano conto delle specificità imprenditoriali e locali. Lo stesso principio è stato applicato alla preparazione dei Piani Sociali per il Clima, necessari per accedere ai finanziamenti del Fondo Sociale per il Clima. In Italia, il piano è stato completato e pronto per essere trasmesso alla Commissione Europea. Prevede un investimento complessivo di 9,3 miliardi di euro, articolato in misure per l’efficienza energetica degli edifici pubblici e delle microimprese vulnerabili, il sostegno alle famiglie esposte ai rincari energetici, lo sviluppo della mobilità pubblica nelle aree svantaggiate e l’introduzione di strumenti digitali per facilitare l’accesso ai trasporti da parte dei soggetti in condizione di fragilità. Queste misure sono pensate per mitigare gli effetti dell’estensione del sistema ETS2, che dal 2027 includerà anche i settori dell’edilizia e dei trasporti, con possibili impatti sui costi energetici e dei carburanti. La consultazione pubblica sul piano si è conclusa a giugno 2025, coinvolgendo amministrazioni, enti locali, associazioni e rappresentanze economiche. Per le PMI, partecipare a questi processi significa poter contribuire alla definizione di misure più efficaci e proporzionate, oltre ad accedere a strumenti di sostegno mirati. L’UE ha inoltre attivato meccanismi di supporto tecnico per facilitare la redazione dei piani, tra cui il Technical Support Instrument e il gruppo di esperti CCEG-SCF, che promuove lo scambio di buone pratiche tra Stati membri e stakeholder. Oltre alle consultazioni formali, le imprese possono partecipare a consultazioni pubbliche e valutazioni di impatto, contribuendo con dati, esperienze e proposte. Questo approccio rafforza la qualità delle politiche e consente alle PMI di posizionarsi attivamente nella transizione verso un’economia più sostenibile.

2. Politiche e Strumenti Chiave

2.1. Il Green Deal Europe

Il Green Deal europeo, presentato nel 2019, è la strategia centrale dell’UE per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Attraverso un insieme di strumenti legislativi e finanziari, il piano coinvolge tutti i settori economici e punta a trasformare le sfide ambientali in opportunità di crescita sostenibile. Le misure includono obiettivi vincolanti, investimenti post-pandemia e riforme strutturali che interessano energia, trasporti, edilizia, industria e biodiversità.

  • La strategia del Green Deal europeo si fonda su una transizione equa, che si articola in una vasta gamma di strumenti legislativi e finanziari che coinvolgono ogni settore economico: energia, trasporti, agricoltura, industria e biodiversità.

    In risposta alla crisi economica causata dalla pandemia da COVID-19, il Green Deal è stato integrato nella strategia di ripresa dell’UE. Attraverso il piano NextGenerationEU e il bilancio a lungo termine, l’Unione ha destinato circa un terzo dei 1.800 miliardi di euro complessivi al sostegno degli obiettivi green. Tra gli strumenti legislativi più rilevanti figura il pacchetto Fit for 55, che mira a ridurre le emissioni nette di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Le misure incluse comprendono l’ampliamento del sistema di scambio delle emissioni, l’introduzione del Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere per contrastare la delocalizzazione delle emissioni, e la creazione di un Fondo Sociale per il Clima da 86 miliardi di euro, destinato a sostenere famiglie vulnerabili e PMI durante la transizione ecologica.

    Guardando al futuro, la Commissione ha proposto un ulteriore obiettivo per il 2040: una riduzione del 90% delle emissioni nette, in linea con l’Accordo di Parigi. Il Green Deal promuove anche trasformazioni settoriali profonde. In ambito energetico, il piano REPowerEU accelera lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Nel settore dei trasporti, l’UE punta a eliminare gradualmente i motori a combustione interna entro il 2035, investendo in carburanti sostenibili e infrastrutture ecologiche. L’edilizia è interessata da un’ondata di ristrutturazioni per migliorare le prestazioni energetiche, mentre l’industria è al centro del Net-Zero Industry Act, volto a rafforzare la produzione europea di tecnologie pulite.

    Parallelamente, la Strategia per la Biodiversità e la Legge sul Ripristino della Natura mirano a proteggere gli ecosistemi e potenziare i pozzi naturali di carbonio, contribuendo alla resilienza ambientale e alla qualità della vita. In sintesi, il Green Deal europeo non è solo una politica climatica, ma una visione integrata per un’economia più verde, più equa e più competitiva.

     

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2.2. Visione e Roadmap Fit for 55, REPowerEU e la Legge Europea sul Clima

La strategia climatica dell’Unione Europea si fonda su tre pilastri principali: la Legge Europea sul Clima, che stabilisce obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni; il pacchetto Fit for 55, che traduce questi obiettivi in misure legislative settoriali; e il piano REPowerEU, che accelera la transizione energetica in risposta alla crisi geopolitica. Questi strumenti delineano un percorso chiaro verso la neutralità climatica entro il 2050, con impatti diretti sul contesto operativo delle imprese europee.

  • La Legge Europea sul Clima ha reso vincolante l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, definendo due traguardi intermedi: una riduzione del 55% delle emissioni nette entro il 2030 e, secondo la proposta della Commissione di luglio 2025, una riduzione del 90% entro il 2040. Questi obiettivi orientano tutte le politiche settoriali e finanziarie dell’UE.

    Per attuare questi impegni, l’UE ha adottato il pacchetto legislativo Fit for 55, che include la revisione di normative chiave come il Sistema di Scambio delle Emissioni (EU ETS), il Regolamento sulla Condivisione degli Sforzi, e le direttive su energie rinnovabili, efficienza energetica, trasporti, edilizia e uso del suolo. Il pacchetto mira a tradurre gli obiettivi climatici in obblighi concreti per Stati membri, imprese e cittadini.

    In risposta alla crisi energetica legata all’invasione dell’Ucraina, l’UE ha rafforzato la propria strategia con il piano REPowerEU, che accelera la transizione energetica puntando su tre direttrici: diversificazione delle fonti, sviluppo delle rinnovabili e riduzione della domanda. Il piano ha innalzato gli obiettivi per le energie rinnovabili (almeno 42,5% entro il 2030, con un target indicativo del 45%) e per l’efficienza energetica (miglioramento dell’11,7% entro il 2030).

    Per le PMI e le Camere di Commercio, questa roadmap rappresenta un cambiamento strutturale. Le imprese dovranno adeguarsi a nuovi standard ambientali, ma potranno accedere a strumenti di supporto come l’Innovation Fund, il Modernisation Fund, il Fondo Sociale per il Clima e i finanziamenti del Recovery and Resilience Facility. La chiarezza degli obiettivi a lungo termine favorisce la pianificazione di investimenti in tecnologie pulite, efficienza energetica e modelli di business sostenibili, rafforzando la competitività in un mercato europeo sempre più orientato alla decarbonizzazione.

     

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2.3. Il sistema ETS e ETS2: regolazione del mercato e impatti economici

Il Sistema di Scambio delle Emissioni dell’Unione Europea (EU ETS) e la sua estensione ai settori diffusi (ETS2) costituiscono strumenti centrali della strategia climatica europea. Oltre a regolare le emissioni nei settori industriali e nei consumi energetici, il sistema integra meccanismi di stabilizzazione del mercato per garantire un prezzo del carbonio efficace e prevedibile. Questi elementi hanno ricadute economiche significative per imprese, cittadini e per la programmazione degli investimenti.

  • Introdotto nel 2005, l’EU ETS è un mercato regolato delle emissioni basato sul principio del tetto massimo e scambio. L’Unione Europea stabilisce un limite complessivo alle emissioni di gas serra nei settori coperti, suddiviso in quote di emissione (una quota corrisponde a una tonnellata di CO₂ equivalente). Le imprese possono acquistare o vendere queste quote, favorendo la riduzione delle emissioni laddove risulti meno costoso intervenire. In questo modo, il sistema promuove soluzioni economicamente vantaggiose per raggiungere gli obiettivi climatici. Attualmente, il meccanismo copre circa 10.000 impianti nei settori dell’energia, dell’industria ad alta intensità energetica, dell’aviazione intra-UE e, dal 2024, anche del trasporto marittimo. Entro il 2030, è previsto un obiettivo di riduzione del 62% delle emissioni rispetto ai livelli del 2005. Le quote vengono assegnate principalmente tramite aste pubbliche, secondo il principio del “chi inquina paga”, ma sono previste assegnazioni gratuite per i settori esposti al rischio di rilocalizzazione delle emissioni (carbon leakage), come la chimica, la metallurgia e i materiali da costruzione. Per garantire la stabilità del mercato, l’UE ha introdotto nel 2019 la Riserva di Stabilità del Mercato (MSR), che regola l’offerta di quote in base al numero totale di quote in circolazione (TNAC). Se il TNAC supera una soglia prestabilita, la MSR ritira una parte delle quote dalle aste; se scende sotto una soglia minima, ne rilascia una quantità definita. Dal 2023, le quote accumulate oltre una soglia di sicurezza vengono invalidate permanentemente, rafforzando il segnale di prezzo e prevenendo eccedenze strutturali.

    Con la revisione del 2023, è stato introdotto l’ETS2, operativo dal 2027, che estende il principio del prezzo del carbonio ai settori diffusi come gli edifici e i trasporti stradali. Questo nuovo sistema avrà un tetto separato, una traiettoria di riduzione autonoma e meccanismi di stabilizzazione del prezzo per evitare eccessiva volatilità. L’ETS2 rappresenta una svolta: introduce un segnale di prezzo per milioni di consumatori e imprese, rendendo visibile il costo ambientale delle scelte energetiche quotidiane.

    Il prezzo del carbonio, determinato dall’interazione tra domanda e offerta di quote, è un indicatore chiave per la transizione climatica. Un prezzo elevato incentiva la decarbonizzazione e l’adozione di tecnologie pulite, mentre un prezzo troppo basso rischia di indebolire l’efficacia del sistema. Grazie alla MSR e alle riforme normative, il prezzo ha raggiunto livelli più stabili, superando in alcuni momenti i 90 €/tonnellata.

    Un mercato del carbonio solido e prevedibile consente alle imprese di pianificare con maggiore certezza, valutare il ritorno degli investimenti in efficienza energetica e posizionarsi strategicamente in filiere sostenibili. Inoltre, i proventi delle aste ETS alimentano fondi strategici come l’Innovation Fund, il Modernisation Fund e il Fondo Sociale per il Clima, che finanziano progetti di decarbonizzazione industriale, energie rinnovabili e mobilità sostenibile, offrendo opportunità anche alle PMI come fornitori di tecnologie, partner o beneficiari di finanziamenti.

     

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2.4. Fondo Sociale per il Clima: equità nella transizione

Il Fondo Sociale per il Clima (SCF) è uno strumento centrale della strategia climatica europea per garantire che la transizione verso la neutralità climatica sia equa e inclusiva. Nato con il pacchetto legislativo Fit for 55, il SCF accompagna l’introduzione del sistema ETS2, che dal 2027 estenderà il prezzo del carbonio ai settori dell’edilizia e dei trasporti stradali. Il Fondo è stato concepito per mitigare gli impatti sociali ed economici di questa estensione, in particolare per le fasce vulnerabili della popolazione e per le microimprese.

  • Il Fondo sarà operativo tra il 2026 e il 2032 e mobiliterà circa 86,7 miliardi di euro, diventando uno dei principali strumenti finanziari dell’UE per sostenere la transizione verde. Le risorse derivano dalle aste delle quote ETS2, integrate da 50 milioni di quote ETS esistenti e da un cofinanziamento obbligatorio degli Stati membri pari ad almeno il 25% dei rispettivi Piani Sociali per il Clima. Questa struttura finanziaria garantisce una base pluriennale per sostenere interventi strutturali e misure temporanee, con un forte orientamento alla giustizia sociale e alla resilienza economica.

    Per accedere ai fondi, ogni Stato membro doveva presentare alla Commissione Europea, entro giugno 2025, un Piano Sociale per il Clima. I piani descrivono le misure e gli investimenti destinati a sostenere famiglie in condizione di povertà energetica o legata ai trasporti, microimprese vulnerabili all’aumento dei costi energetici e utenti dei trasporti pubblici in aree svantaggiate. Le azioni previste comprendono la riqualificazione energetica degli edifici, l’installazione di sistemi di riscaldamento e raffrescamento puliti, l’integrazione delle energie rinnovabili e lo sviluppo di soluzioni per la mobilità a basse o zero emissioni. Una parte dei fondi può essere destinata anche a sostegni diretti al reddito, per attenuare l’impatto immediato del prezzo del carbonio.

    Un elemento distintivo del SCF è il suo approccio partecipativo. I Piani Sociali devono essere elaborati attraverso consultazioni nazionali che coinvolgano autorità locali e regionali, parti sociali ed economiche, organizzazioni della società civile e gruppi giovanili. Questo processo garantisce che le misure siano calibrate sulle esigenze reali dei territori e che gli aiuti raggiungano chi ne ha più bisogno.

    Per le PMI e le Camere di Commercio, il SCF rappresenta un’opportunità strategica per contribuire alla definizione dei piani, promuovere interventi che rafforzino la resilienza e l’innovazione del tessuto imprenditoriale locale, e accedere a finanziamenti per la transizione energetica, la digitalizzazione e la mobilità sostenibile. Le microimprese possono beneficiare di misure dedicate, mentre le PMI più strutturate possono candidarsi come fornitori di soluzioni tecnologiche, partner di progetti territoriali o beneficiarie di incentivi per l’efficienza energetica.

    Per facilitare la preparazione dei Piani Sociali, la Commissione ha attivato il Technical Support Instrument, che nel biennio 2024–2025 fornisce assistenza tecnica a dieci Stati membri, tra cui l’Italia. È stato inoltre istituito un gruppo di lavoro specifico all’interno del Comitato di esperti sulle politiche climatiche (CCEG-SCF), con l’obiettivo di promuovere lo scambio di buone pratiche e garantire un dialogo costante sull’attuazione del Fondo.

    Il SCF rappresenta un’evoluzione significativa nella politica climatica europea, non solo per la sua dimensione finanziaria, ma per l’approccio integrato che unisce ambizione ambientale e giustizia sociale. Per le imprese, è al tempo stesso una sfida e un’opportunità: da un lato, l’introduzione di nuovi costi legati ai combustibili; dall’altro, la possibilità di accedere a risorse strategiche, rafforzare la competitività e contribuire a una transizione che sia davvero inclusiva.

     

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2.5. Clean Industrial Deal: una strategia industriale per la transizione verde europea

Nel febbraio 2025, la Commissione Europea ha presentato il Clean Industrial Deal, una strategia che ridefinisce il ruolo dell’industria nella transizione ecologica dell’Unione. Il piano nasce dalla consapevolezza che il settore industriale, pur essendo una delle principali fonti di emissioni, rappresenta anche un motore fondamentale di innovazione, occupazione e crescita economica. L’obiettivo è quello di trasformare le sfide ambientali in opportunità di rilancio industriale, puntando su decarbonizzazione, autonomia strategica e tecnologie pulite.

  • Il Clean Industrial Deal si fonda su una visione chiara: l’industria deve diventare parte integrante della risposta europea al cambiamento climatico. Per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, è necessario costruire una base industriale resiliente, capace di coniugare sostenibilità ambientale e competitività economica. In questo contesto, il piano promuove la diffusione su larga scala di tecnologie pulite e processi produttivi sostenibili, attraverso un insieme coerente di riforme normative, strumenti finanziari innovativi, incentivi di mercato e partenariati internazionali. Il Clean Industrial Deal non si presenta come un documento isolato, ma si inserisce nel più ampio quadro delle politiche verdi dell’Unione, rafforzando gli obiettivi del Green Deal europeo, della Legge europea sul clima, del pacchetto Fit for 55, del Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, del Fondo sociale per il clima e del Piano d’azione per l’economia circolare. In questo modo, la strategia contribuisce a un’integrazione organica tra politiche industriali, energetiche, climatiche e commerciali, assicurando che la transizione ecologica sia non solo sostenibile dal punto di vista ambientale, ma anche vantaggiosa sul piano economico e inclusiva sotto il profilo sociale.

    Dal punto di vista della governance, il Clean Industrial Deal rappresenta un passo importante verso il superamento della frammentazione delle politiche industriali nazionali, che spesso genera incertezza normativa e ostacola gli investimenti. Il piano propone un quadro armonizzato a livello europeo, capace di offrire maggiore prevedibilità alle imprese, agli sviluppatori di progetti e agli attori finanziari. Questo allineamento è considerato essenziale per accelerare la transizione industriale pulita e mantenere l’Europa competitiva e attrattiva per gli investimenti sostenibili. Sul piano finanziario, la Commissione stima che per raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici al 2030 saranno necessari investimenti annuali pari a 1.240 miliardi di euro. Poiché circa il 70% dell’economia europea è finanziata dalle banche, il Clean Industrial Deal punta a mobilitare capitali privati attraverso meccanismi di riduzione del rischio, strumenti di finanza mista e maggiore chiarezza regolatoria. Tra le misure previste figurano la creazione di una Banca per la Decarbonizzazione Industriale, l’ampliamento del programma InvestEU e l’introduzione dei Contratti per Differenza sul Carbonio, strumenti pensati per sostenere su larga scala la decarbonizzazione del comparto industriale.

    Un’attenzione particolare è riservata alle piccole e medie imprese, che costituiscono il cuore dell’economia europea e che spesso incontrano difficoltà nell’accesso al credito, nella comprensione delle normative o nell’adozione di tecnologie innovative. Il Clean Industrial Deal mira a rimuovere questi ostacoli, promuovendo strumenti finanziari verdi semplificati, servizi di consulenza su misura e piattaforme di finanziamento aggregato. Inoltre, sostiene la crescita delle startup cleantech attraverso il venture debt e garantisce i Power Purchase Agreements, che aiutano le PMI a gestire meglio i costi energetici e a investire nelle fonti rinnovabili. La strategia incoraggia anche la circolarità e l’efficienza delle risorse, promuovendo iniziative come il Circular Economy Act e il Centro per le Materie Prime Critiche dell’UE, che aprono nuove opportunità per le PMI nei settori del riciclo, del remanufacturing e della gestione sostenibile dei materiali. Queste misure contribuiscono a ridurre la dipendenza dell’Europa da fornitori esterni e favoriscono l’emergere di nuovi mercati e modelli di business per le imprese più piccole.

    Un altro elemento centrale del Clean Industrial Deal è il riconoscimento del ruolo del capitale umano nella trasformazione industriale. Attraverso la creazione di una “Unione delle Competenze”, il potenziamento dei fondi Erasmus+ e programmi di formazione settoriali, il piano intende fornire a lavoratori e imprenditori gli strumenti necessari per affrontare le sfide di un’economia industriale pulita. Questo aspetto è particolarmente rilevante per le PMI, che spesso non dispongono delle risorse per investire autonomamente nella formazione del personale. In conclusione, il Clean Industrial Deal segna un cambio di paradigma nella politica industriale europea, proponendosi non come semplice regolazione del settore, ma come strumento strategico che coniuga resilienza economica e responsabilità ambientale. Per le PMI e le loro organizzazioni rappresentative, il piano non è soltanto una guida per l’adeguamento normativo, ma una concreta occasione per innovare, crescere e contribuire attivamente alla transizione verde dell’industria europea.

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2.6. Protezione contro la fuga di carbonio

Nel contesto della transizione climatica europea, la protezione contro la fuga di carbonio è una misura essenziale per evitare che le politiche ambientali penalizzino la competitività dell’industria europea. Il rischio che le imprese trasferiscano la produzione in paesi con normative meno rigorose è particolarmente rilevante nei settori esposti alla concorrenza internazionale. 

  • La principale misura di protezione contro la fuga di carbonio consiste nell’allocazione gratuita di quote di emissione alle installazioni industriali considerate a rischio. Queste quote vengono assegnate in base a benchmark di prestazione, calcolati sulle emissioni medie delle dieci installazioni più efficienti dell’UE e dei paesi EEA-EFTA. Il sistema premia l’efficienza: le imprese che operano al di sotto del benchmark ricevono quote sufficienti a coprire le proprie emissioni, mentre quelle meno efficienti devono acquistare quote aggiuntive o ridurre le emissioni.

    Durante la fase 3 dell’EU ETS (2013–2020), l’allocazione gratuita partiva da una copertura dell’80% nel 2013, ridotta progressivamente fino al 30% nel 2020. Tuttavia, i settori considerati ad alto rischio di rilocalizzazione continuavano a ricevere una quota maggiore, identificati in base a criteri come l’intensità commerciale e il peso economico delle politiche climatiche. Ad esempio, un settore con scambi extra-UE superiori al 30% o con costi climatici superiori al 30% del valore aggiunto lordo veniva classificato come esposto.

    Con la fase 4 (2021–2030), l’UE ha rafforzato e reso più dinamico questo sistema. La lista dei settori a rischio è stata aggiornata nel 2019 e resterà valida per l’intera fase. Questi settori continuano a ricevere il 100% delle quote gratuite basate sul benchmark, mentre per quelli meno esposti l’allocazione gratuita sarà progressivamente eliminata dopo il 2026, fino a scomparire entro il 2030. Inoltre, l’allocazione viene ora adeguata annualmente in base ai livelli di produzione effettivi, con una soglia del 15% calcolata su una media mobile di due anni. Questo meccanismo consente di adattare le quote alle variazioni reali della produzione, evitando distorsioni e garantendo maggiore equità.

    Per mantenere il sistema aggiornato rispetto ai progressi tecnologici, l’UE ha previsto la revisione dei benchmark due volte durante la fase 4. Ogni benchmark è soggetto a una riduzione annuale compresa tra lo 0,2% e l’1,6%, in funzione del tasso di innovazione del settore. Questo approccio dinamico assicura che l’allocazione gratuita rimanga coerente con gli obiettivi climatici, incentivando al contempo il miglioramento continuo.

    Comprendere il funzionamento della protezione contro la fuga di carbonio consente alle imprese di anticipare pressioni sui costi, partecipare alle discussioni politiche e cogliere opportunità di innovazione e miglioramento dell’efficienza. Il quadro europeo di protezione contro la fuga di carbonio rappresenta un equilibrio tra ambizione ambientale e pragmatismo economico. Garantisce che le politiche climatiche non penalizzino ingiustamente l’industria europea e promuove una transizione graduale e competitiva verso un’economia a basse emissioni. 

     

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3. Settori Strategici e Opportunità

3.1. Agricoltura e Green Deal Europeo

L’agricoltura è uno dei settori chiave del Green Deal europeo, non solo per il suo ruolo nella produzione alimentare, ma anche per il suo potenziale contributo alla sostenibilità ambientale, economica e sociale. In un contesto segnato da cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e instabilità economica, il settore agricolo è chiamato a trasformarsi profondamente per diventare parte integrante della transizione verde dell’Unione Europea.

  • L’agricoltura europea svolge una funzione multifunzionale: oltre a garantire la sicurezza alimentare, sostiene le comunità rurali, genera occupazione e contribuisce alla gestione del territorio. Tuttavia, è anche uno dei settori più vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico e responsabile di una quota significativa delle emissioni di gas serra. Per questo motivo, la Commissione Europea ha posto l’agricoltura al centro della strategia del Green Deal, con l’obiettivo di renderla più sostenibile, resiliente e inclusiva. La transizione agricola promossa dal Green Deal si basa su un approccio integrato che combina pratiche agricole sostenibili, innovazione tecnologica e inclusione sociale. Le pratiche sostenibili includono l’agricoltura di precisione, la riduzione dell’uso di pesticidi e fertilizzanti, la tutela della biodiversità e la gestione efficiente delle risorse naturali. L’innovazione tecnologica è sostenuta da strumenti digitali, soluzioni basate sulla natura e tecnologie per la riduzione delle emissioni. L’inclusione sociale mira a garantire che nessun territorio o produttore venga escluso dal processo di transizione, con particolare attenzione alle aree rurali e alle piccole aziende agricole. Le imprese devono adattarsi a nuovi standard normativi e alle crescenti aspettative dei consumatori in materia di sostenibilità. Allo stesso tempo, si aprono prospettive concrete per accedere a finanziamenti europei, valorizzare prodotti sostenibili, partecipare a reti di innovazione territoriale e rafforzare la competitività in un mercato agroalimentare sempre più orientato alla qualità ambientale. Il Green Deal promuove anche una visione sistemica dei sistemi alimentari sostenibili, in cui l’agricoltura è strettamente connessa alla salute pubblica, alla sicurezza alimentare e alla protezione dell’ambiente. In questo contesto, le Camere di commercio possono svolgere un ruolo strategico nell’accompagnare le imprese agricole e agroalimentari nell’adattamento al nuovo scenario politico, facilitando l’accesso alle risorse disponibili e promuovendo un'economia rurale più verde, inclusiva e competitiva.

     

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3.2. La Politica Agricola Comune: Sostenibilità, Resilienza e Innovazione

La Politica Agricola Comune (PAC) è una delle politiche storiche dell’Unione Europea e oggi rappresenta uno strumento centrale per integrare l’agricoltura nella transizione verde. In linea con gli obiettivi del Green Deal europeo, la PAC sostiene un modello agricolo che integra tutti gli aspetti della sostenibilita’: ambientale, economica e sociale, con ricadute dirette sul tessuto imprenditoriale rurale e sulle PMI del settore agroalimentare.

  • Il nuovo orientamento della PAC riflette l’impegno dell’UE a ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura, rafforzare la resilienza economica delle aziende agricole e sostenere le comunità rurali. Circa il 40% del bilancio della PAC è ora destinato ad azioni legate al clima, alla biodiversità e alla gestione sostenibile delle risorse naturali. Tra gli strumenti principali figurano gli eco-schemi, che incentivano pratiche agricole ecocompatibili; la condizionalità rafforzata, che collega i pagamenti al rispetto di criteri ambientali; e le misure agro-climatico-ambientali, che sostengono interventi per la tutela degli ecosistemi. Queste misure favoriscono la transizione ecologica e riducono la dipendenza da input esterni, migliorando la gestione del rischio climatico. Dal punto di vista economico, la PAC mira a garantire un reddito agricolo stabile e competitivo, anche in un contesto di crescente volatilità. Oltre ai pagamenti diretti, la politica include strumenti di gestione del rischio, sostegno alla modernizzazione e all’innovazione, e promozione di organizzazioni di produttori per rafforzare il potere contrattuale degli agricoltori. Le PMI agricole possono accedere a programmi settoriali per investimenti, pianificazione della produzione e miglioramento della qualità, con particolare attenzione a comparti strategici come ortofrutta, vino, olio d’oliva e apicoltura. La sostenibilità sociale è un altro pilastro della PAC. Il settore agricolo non solo produce alimenti, ma sostiene la coesione territoriale, l’occupazione rurale e la qualità della vita nelle aree meno urbanizzate. Tra le misure più rilevanti figurano i pagamenti redistributivi per le aziende di piccole dimensioni, il sostegno ai giovani agricoltori e alla parità di genere, e gli investimenti infrastrutturali per migliorare i servizi nelle zone rurali. Programmi come LEADER permettono alle comunità locali di progettare soluzioni su misura, favorendo lo sviluppo locale partecipativo. In questo contesto, le Camere di Commercio possono facilitare partenariati, diffondere conoscenze e accompagnare l’imprenditorialità rurale. Infine, la PAC promuove attivamente la ricerca e l’innovazione, in sinergia con Horizon Europe e il Partenariato Europeo per l’Innovazione in Agricoltura (EIP-AGRI). I Gruppi Operativi (GO) e i Sistemi di Conoscenza e Innovazione in Agricoltura (AKIS) favoriscono la co-creazione di soluzioni pratiche, coinvolgendo agricoltori, ricercatori e consulenti. Per le PMI, questo significa accesso a tecnologie avanzate, pratiche sostenibili e reti di collaborazione che rafforzano la competitività e la capacità di adattamento. La PAC, nella sua configurazione attuale, non è solo una politica di sostegno al reddito, ma uno strumento strategico per accompagnare l’agricoltura europea verso un modello produttivo più sostenibile, innovativo e inclusivo. Per le PMI e le Camere di Commercio, rappresenta un’opportunità concreta per contribuire alla transizione verde, valorizzare le produzioni locali e rafforzare il legame tra agricoltura, territorio e sviluppo economico.

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3.3. Strategia “Farm to Fork” sostenibilità sociale in agricoltura

La strategia “Dal Produttore al Consumatore” (Farm to Fork) è uno dei pilastri del Green Deal europeo e mira a trasformare i sistemi alimentari rendendoli più equi, sani e sostenibili. L’approccio è integrato e coinvolge l’intera filiera agroalimentare, dalla produzione alla distribuzione, fino al consumo e alla gestione dei rifiuti. Per le imprese, questa strategia rappresenta un cambiamento strutturale che incide su pratiche produttive, relazioni territoriali e aspettative dei consumatori. 

  • La strategia Farm to Fork si traduce in obiettivi operativi che includono la riduzione dell’uso di pesticidi e fertilizzanti, la promozione dell’agricoltura biologica, il miglioramento del benessere animale e il rafforzamento della sicurezza alimentare. Questi obiettivi sono strettamente legati alla sostenibilità ambientale, ma anche alla dimensione sociale, che è fondamentale per garantire una transizione inclusiva e territorialmente equilibrata.  La sostenibilità sociale è integrata nella Politica Agricola Comune (PAC) attraverso misure che mirano a sostenere le aziende agricole di piccole dimensioni, favorire il ricambio generazionale e promuovere la parità di genere. I pagamenti redistributivi, il sostegno ai giovani agricoltori e gli investimenti infrastrutturali per migliorare la qualità della vita nelle aree rurali sono strumenti pensati per rafforzare la coesione territoriale e contrastare lo spopolamento. Inoltre, la condizionalità sociale collega l’accesso ai finanziamenti al rispetto delle normative europee sul lavoro, contribuendo a migliorare le condizioni occupazionali nel settore agricolo.  Programmi come LEADER permettono alle comunità locali di progettare strategie di sviluppo su misura, valorizzando le risorse territoriali e promuovendo l’innovazione sociale. In questo contesto, le Camere di Commercio possono svolgere un ruolo attivo nel facilitare partenariati, promuovere la formazione imprenditoriale e accompagnare le imprese agricole e agroalimentari nell’adattamento al nuovo scenario politico.  Per le PMI, la sostenibilità sociale in agricoltura rappresenta un ambito strategico di intervento. Le imprese possono partecipare a progetti di sviluppo locale, offrire servizi e soluzioni per l’inclusione sociale e rafforzare il legame tra produzione agricola, territorio e comunità. Inoltre, possono accedere a reti locali che favoriscono la diversificazione economica, l’innovazione sociale e la resilienza imprenditoriale.  La strategia Farm to Fork e la sostenibilità sociale non sono elementi accessori, ma componenti essenziali della transizione verde europea. Per le PMI e le Camere di commercio, impegnarsi in questa dimensione significa contribuire alla costruzione di sistemi alimentari più equi, territori più resilienti e di un’economia rurale più inclusiva e competitiva.

     

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3.4. Bioenergia e risorse rinnovabili in ambito rurale

La bioenergia è una fonte rinnovabile ottenuta dalla trasformazione della biomassa, come residui agricoli, forestali e rifiuti organici. Nell’ambito della transizione energetica dell’Unione Europea, essa rappresenta una risorsa strategica per produrre calore, elettricità e carburanti. In particolare, nelle aree rurali, offre opportunità concrete per diversificare l’approvvigionamento energetico e rafforzare la sostenibilità economica e ambientale.

  • La bioenergia può essere integrata nei modelli di business agricoli e forestali, generando nuove fonti di reddito e favorendo l’uso efficiente delle risorse locali. Le imprese possono valorizzare i residui agricoli e forestali per produrre energia, investire in impianti di biogas o biomassa e offrire servizi energetici a livello territoriale. Le Camere di commercio possono svolgere un ruolo di facilitazione, promuovendo le opportunità di finanziamento disponibili e sostenendo lo sviluppo locale in chiave sostenibile.

    La produzione di bioenergia è regolata da criteri ambientali stringenti. I produttori devono rispettare norme sulla tutela di suolo, acqua e aria, mentre i biocarburanti e bioliquidi devono garantire una riduzione significativa delle emissioni di gas serra, come previsto dalla Direttiva sulle Energie Rinnovabili. Anche la biomassa forestale deve seguire principi di gestione sostenibile per proteggere la biodiversità e i servizi ecosistemici. L’UE ha inoltre introdotto misure per evitare impatti negativi sull’uso del suolo e sulla sicurezza alimentare.

    La Politica Agricola Comune sostiene investimenti in energie rinnovabili e pratiche agroambientali. Il Programma LIFE finanzia progetti innovativi, mentre i programmi di sviluppo rurale promuovono infrastrutture energetiche e tecnologie ad alta efficienza. Questi strumenti offrono opportunità concrete per migliorare l’efficienza energetica, ridurre i costi operativi e contribuire agli obiettivi climatici europei.

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3.5. Agricoltura carbonica e Regolamento CRCF

L’agricoltura carbonica è una pratica che contribuisce alla rimozione del carbonio dall’atmosfera attraverso metodi agricoli e forestali sostenibili. Nell’ambito della strategia climatica dell’Unione Europea, essa rappresenta uno strumento concreto per migliorare la salute del suolo, tutelare la biodiversità e rafforzare la stabilità economica delle aree rurali. Il Regolamento CRCF, adottato nel 2024, ne definisce il quadro di certificazione a livello europeo.

  • L’agricoltura carbonica si basa su pratiche che favoriscono il sequestro del carbonio nei suoli e nelle foreste, come la riforestazione delle torbiere, l’agroforestazione, la lavorazione conservativa del suolo, le colture di copertura e l’uso ottimizzato dei fertilizzanti. Queste soluzioni naturali migliorano la resilienza delle aziende agricole, riducono le emissioni e contribuiscono alla sicurezza alimentare.

    Il Regolamento sulle Rimozioni di Carbonio e l’Agricoltura Carbonica (CRCF) introduce un sistema volontario di certificazione per le attività che rimuovono carbonio, con criteri di qualità, requisiti di monitoraggio e un processo di verifica trasparente. È prevista l’istituzione di un registro centrale entro il 2028, mentre nel frattempo i singoli schemi manterranno registri propri. La certificazione di gruppo semplifica l’accesso per piccoli agricoltori e silvicoltori, e l’uso di tecnologie di telerilevamento, come Copernicus, riduce i costi di monitoraggio.  Il CRCF apre la possibilità di partecipare a progetti certificati, accedere a finanziamenti europei (PAC, LIFE, Horizon Europe, fondi regionali) e migliorare il posizionamento sul mercato. Le Camere di Commercio possono promuovere la formazione, accompagnare le imprese nel processo di certificazione e favorire la creazione di reti territoriali.

    Il CRCF si integra con altre politiche europee, come la PAC, il Regolamento LULUCF e iniziative come la policy New European Bauhaus e il partneraito Circular Bio-based Europe Joint Undertaking, che promuovono lo stoccaggio del carbonio nei prodotti edilizi. La Commissione sta attualmente implementando il regolamento attraverso atti delegati e workshop con gli stakeholder.

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3.6. Uso del suolo e Regolamento LULUCF

Il suolo svolge un ruolo fondamentale nella strategia climatica dell’Unione Europea. Foreste, zone umide, aree agricole e spazi verdi urbani possono assorbire CO₂ e contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico. Tuttavia, pratiche come la deforestazione o il degrado del suolo possono trasformarlo in una fonte di emissioni. Per affrontare questa sfida, l’UE ha adottato il Regolamento LULUCF, che disciplina l’uso del suolo e la silvicoltura.

  • Il Regolamento sull’Uso del Suolo, il Cambiamento di Uso del Suolo e la Silvicoltura (LULUCF) stabilisce le regole per contabilizzare le emissioni e le rimozioni di carbonio derivanti dalla gestione del territorio. Nella fase 2021–2025 si applica il principio del “no debit”, che impone agli Stati membri di compensare le emissioni con rimozioni equivalenti. Dal 2026 al 2030, il regolamento introduce obiettivi più ambiziosi, estendendo il campo di applicazione a tutte le terre gestite e puntando a un aumento del 15% delle rimozioni nette di carbonio a livello europeo.

    Il monitoraggio si basa su tecnologie avanzate, come immagini satellitari e dati geografici, per garantire trasparenza e precisione. Gli Stati membri devono integrare il LULUCF nei propri Piani Nazionali Energia e Clima (NECP) e nei Piani Strategici della PAC, assicurando coerenza tra politiche agricole, energetiche e ambientali. Il regolamento rappresenta un’opportunità per promuovere pratiche sostenibili come il rimboschimento, il ripristino delle torbiere e la gestione forestale responsabile. È possibile accedere a finanziamenti europei tramite la PAC, il Programma LIFE, Horizon Europe e i fondi di coesione. Inoltre, grazie al Quadro CRCF, le rimozioni di carbonio possono essere certificate e commercializzate nei mercati volontari.

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4. Finanza, Cooperazione e Innovazione

4.1. Finanziamenti UE per la transizione verde

La transizione verso un’economia climaticamente neutra è una priorità strategica dell’Unione Europea, sostenuta da un sistema di finanziamenti senza precedenti. Tra il 2021 e il 2027, oltre un terzo del bilancio UE è destinato a iniziative legate al clima, con l’obiettivo di ridurre le emissioni, rafforzare la resilienza economica e promuovere l’innovazione sostenibile. 

  • L’UE ha integrato gli obiettivi climatici in tutto il proprio bilancio, rendendo la sostenibilità una priorità trasversale che permea le politiche agricole, industriali, energetiche e di coesione. Sommando il Quadro Finanziario Pluriennale e il piano di ripresa NextGenerationEU, la spesa legata al clima tra il 2021 e il 2027 raggiunge circa 658 miliardi di euro. Questo investimento non si limita alla riduzione delle emissioni, ma mira anche a rafforzare la resilienza delle economie europee agli impatti del cambiamento climatico.

    Per le piccole e medie imprese e per le Camere di commercio, i finanziamenti europei offrono strumenti per migliorare l’efficienza energetica, sviluppare modelli di business sostenibili e accedere a nuovi mercati. Il Programma LIFE, ad esempio, gestisce oltre 900 milioni di euro per progetti di mitigazione e adattamento climatico, con una forte attenzione alle soluzioni innovative e alla governance ambientale. Le PMI sono riconosciute come attori centrali di questo programma.

    Un altro pilastro è la finanza mista, che combina sovvenzioni europee con investimenti privati per ridurre il rischio e attrarre capitale. Il Fondo Europeo per lo Sviluppo Sostenibile Plus (EFSD+) e la Garanzia per l’Azione Esterna mobilitano risorse nei Paesi partner, offrendo anche opportunità alle imprese europee attive nei mercati internazionali. Questi strumenti facilitano l’accesso a finanziamenti per progetti sostenibili e promuovono la competitività in un contesto economico sempre più orientato alla sostenibilità.

    L’accesso ai finanziamenti è semplificato dal Funding and Tenders Portal dell’UE, una piattaforma digitale che consente alle imprese di consultare i bandi aperti, candidarsi, creare partenariati e ricevere assistenza tecnica. Questo strumento rappresenta una porta d’ingresso strategica per le PMI che vogliono partecipare attivamente alla transizione verde.

    In sintesi, i finanziamenti europei per la transizione verde costituiscono un ecosistema di opportunità. Per le PMI e le Camere di Commercio, conoscere e saper utilizzare questi strumenti significa non solo adattarsi alle nuove normative, ma anche diventare protagonisti di un’economia più sostenibile, competitiva e inclusiva.

     

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4.2. Fondi per l’eliminazione degli F-gas e tecnologie alternative

La transizione verso un’economia climaticamente neutra richiede obiettivi ambiziosi, strumenti finanziari mirati e una governance trasparente. L’Unione Europea ha adottato un approccio integrato che combina il sostegno all’innovazione tecnologica con la regolazione dei mercati del carbonio e la tracciabilità delle emissioni. In questo contesto, strumenti come il Fondo Innovazione e il Registro Unione offrono alle PMI e alle Camere di Commercio opportunità concrete per contribuire alla transizione ecologica e rafforzare la propria competitività.

  • Gli F-gas, in particolare gli HFC, sono impiegati in impianti di refrigerazione, condizionamento e pompe di calore, e hanno un elevato potenziale di riscaldamento globale. Il Regolamento F-gas (UE) 2024/573 ha definito una roadmap per l’eliminazione totale degli HFC entro il 2050, introducendo restrizioni più severe su produzione, utilizzo ed emissioni. Per sostenere questa transizione, l’UE ha attivato strumenti finanziari mirati. Il Fondo per l’Innovazione, evoluzione del programma NER300, finanzia progetti pionieristici per la riduzione delle emissioni e lo sviluppo di tecnologie a zero emissioni nette. È particolarmente rilevante per le imprese attive nei settori della refrigerazione e del condizionamento, dove l’adozione di refrigeranti a basso GWP e sistemi efficienti è strategica. Il Fondo è accessibile anche nei Paesi associati, ampliando le opportunità per le PMI europee. Il programma Horizon Europe offre ulteriori risorse per progetti di ricerca e innovazione, con attenzione alle tecnologie circolari e all’efficienza energetica. Le PMI che sviluppano nuovi refrigeranti, sistemi di recupero e riutilizzo dei gas o soluzioni di raffreddamento sostenibili possono accedere a finanziamenti e collaborazioni strategiche. Nell’ambito di REPowerEU, una Support Action dedicata alle pompe di calore fornisce assistenza tecnica e supporto per migliorare i processi produttivi. Sul fronte della governance, l’UE ha rafforzato la trasparenza attraverso il Registro Unione, una piattaforma digitale che traccia la proprietà e il movimento delle quote di emissione nell’ambito dell’EU ETS. Ogni azienda partecipante deve avere un account nel Registro, utilizzato per ricevere, commerciare e restituire le quote in base alle emissioni verificate. Il Registro, gestito dalla Commissione Europea, copre tutti gli Stati membri e i Paesi dell’Area Economica Europea e dell’EFTA. I dati chiave, come le emissioni verificate e lo stato di conformità degli operatori, sono pubblicamente accessibili, contribuendo alla fiducia nel mercato del carbonio. Il Registro è integrato con sistemi di monitoraggio satellitare, come quelli del programma Copernicus, che migliorano l’accuratezza dei dati e supportano l’analisi in tempo reale. Per le PMI e le Camere di Commercio, comprendere il funzionamento del Registro Unione è essenziale per garantire la conformità, interagire con i mercati del carbonio e pianificare investimenti sostenibili. La trasparenza e la responsabilità offerte da questo strumento hanno impatti diretti sulla gestione aziendale e sulla reputazione. I fondi per l’eliminazione degli F-gas, i programmi come NER300 e il Fondo Innovazione, e strumenti come il Registro Unione, offrono alle imprese europee le condizioni per contribuire attivamente alla transizione ecologica, rafforzando la competitività e la resilienza.

     

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4.3. Cooperazione internazionale e partenariati globali

La transizione verde richiede un impegno globale. L’Unione Europea ha sviluppato una rete di partenariati internazionali per affrontare le sfide ambientali su scala mondiale. Per le PMI e le Camere di Commercio, questa apertura rappresenta un’opportunità concreta per accedere a nuovi mercati, partecipare a progetti transfrontalieri e contribuire all’innovazione sostenibile.

  • L’UE ha costruito nel tempo una rete articolata di partenariati ambientali con economie industrializzate e Paesi emergenti, tra cui Canada, Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti, Brasile, Cina, India, Messico e Sudafrica. Questi accordi si basano su impegni condivisi per la sostenibilità e includono iniziative congiunte, scambi tecnici e progetti di ricerca. Esempi concreti sono il Progetto Ambiente UE-Cina e il Partenariato Acque UE-India, focalizzati su efficienza delle risorse e governance ambientale, e l’accordo quadro con il Brasile, che promuove la protezione ambientale.

    La cooperazione con gli Stati Uniti, pur priva di un dialogo politico strutturato, si sviluppa attraverso relazioni tecniche tra la Commissione Europea e agenzie come l’EPA. Questo dialogo facilita la convergenza normativa su temi come economia circolare, gestione dei rifiuti e regolazione delle sostanze chimiche, riducendo le barriere per le imprese europee.

    Attraverso la Politica Europea di Vicinato e il processo di allargamento, l’UE promuove l’adozione dei propri standard ambientali nei Paesi vicini. Iniziative come EU4Environment, EU Water Initiative Plus e Water and Environment Support offrono assistenza tecnica e finanziamenti, spesso con un focus sulle PMI. Questi strumenti permettono alle imprese di operare in contesti normativi più stabili e di integrarsi nel mercato unico.

    In aree geopoliticamente complesse, l’UE mantiene il proprio impegno ambientale. In Africa, la Strategia Congiunta Africa-UE e l’Accordo di Cotonou offrono un quadro per la cooperazione su resilienza climatica, sicurezza alimentare e gestione delle risorse. Nell’Artico, l’UE collabora con partner regionali per tutelare ecosistemi fragili e promuovere uno sviluppo sostenibile, con attenzione alle comunità locali.

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4.4. Finanza climatica internazionale e ruolo dell’UE

La finanza climatica internazionale è uno strumento chiave per sostenere la transizione ecologica nei Paesi in via di sviluppo. L’Unione Europea ha assunto un ruolo di primo piano in questo ambito, diventando il principale erogatore mondiale di finanziamenti pubblici per il clima. 

  • La finanza climatica consente ai Paesi più sviluppati di sostenere progetti di mitigazione e adattamento nei Paesi in via di sviluppo, promuovendo una transizione equa e inclusiva. L’UE, insieme ai suoi Stati membri e alla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), ha mobilitato nel 2022 oltre 28,5 miliardi di euro in finanza climatica. Queste risorse hanno supportato progetti in ambiti come la resilienza climatica, la transizione energetica e il rafforzamento delle capacità istituzionali, con un impatto diretto anche sulle opportunità di collaborazione per le imprese europee.

    La Commissione Europea ha contribuito con oltre 4 miliardi di euro, destinando più della metà alle azioni di adattamento. La BEI ha erogato 2,52 miliardi di euro, con un focus sull’efficienza energetica e sulle energie rinnovabili, in particolare in Africa. Questi investimenti non solo aiutano i Paesi partner a fronteggiare gli impatti del cambiamento climatico, ma aprono anche spazi per le PMI europee, che possono esportare tecnologie sostenibili e partecipare a progetti internazionali.

    L’impegno dell’UE si inserisce nel quadro dell’Accordo di Parigi, in particolare nell’Articolo 2.1c, che prevede l’orientamento dei flussi finanziari verso uno sviluppo a basse emissioni e resiliente al clima. L’UE ha allineato i propri strumenti finanziari agli obiettivi climatici, contribuendo al superamento dell’obiettivo globale di 100 miliardi di dollari all’anno in finanza climatica, come confermato da un rapporto OCSE.

    Per rafforzare la finanza sostenibile a livello globale, l’UE ha creato la Piattaforma Internazionale sulla Finanza Sostenibile (IPSF), che coinvolge partner come Argentina, Canada, Cina, India e Kenya. La piattaforma promuove l’armonizzazione degli standard e mobilita capitale privato per investimenti sostenibili. Inoltre, l’HLEG ha pubblicato raccomandazioni per migliorare l’accesso alla finanza climatica nei Paesi più vulnerabili.

    Partecipare a progetti finanziati dall’UE, collaborare con partner internazionali e accedere a mercati emergenti significa contribuire attivamente alla transizione ecologica mondiale. Comprendere la strategia europea consente alle imprese di allinearsi agli standard internazionali e posizionarsi come attori responsabili nell’economia globale.

    In sintesi, il ruolo dell’UE nella finanza climatica riflette una visione integrata della sostenibilità. Attraverso il sostegno ai Paesi in via di sviluppo, l’allineamento dei flussi finanziari agli obiettivi climatici e la promozione di partenariati globali, l’UE garantisce che l’azione climatica sia ambiziosa, equa e inclusiva.

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5. Acqua e oceani nell’Unione Europea

5.1. Governance idrica dell’UE: struttura, strumenti e partecipazione

Una governance efficace delle risorse idriche è essenziale per garantire sistemi resilienti, sostenibili e capaci di rispondere alle pressioni ambientali e climatiche. L’Unione Europea ha costruito nel tempo un quadro normativo e operativo articolato, basato sulla Direttiva Quadro sulle Acque (DQA), che definisce regole comuni per la gestione integrata delle risorse idriche. Questo sistema include strumenti di pianificazione, meccanismi di monitoraggio, piattaforme di collaborazione e iniziative intersettoriali, con l’obiettivo di tutelare la qualità dell’acqua, promuovere l’efficienza d’uso e favorire la partecipazione degli stakeholder. 

  • La DQA, adottata nel 2000, costituisce il riferimento principale per la politica idrica dell’Unione Europea. Essa stabilisce obiettivi ambientali per tutte le tipologie di acque (interne, costiere, sotterranee) e promuove un approccio integrato basato sui distretti idrografici. Questo modello favorisce la cooperazione tra Stati membri che condividono bacini fluviali, con ricadute positive anche per le imprese che operano in zone di confine. La DQA impone agli Stati membri di redigere ogni sei anni i Piani di Gestione dei Bacini Idrografici e i Programmi di Misure, basandosi su consultazioni pubbliche. Accanto alla DQA, l’UE ha adottato direttive specifiche per le acque sotterranee e superficiali, che includono elenchi di inquinanti prioritari da monitorare e aggiornare periodicamente. Tra questi figurano anche sostanze emergenti come i PFAS, composti chimici molto persistenti e potenzialmente dannosi per la salute. Per le PMI, in particolare nei settori agricolo e manifatturiero, il rispetto di questi standard rappresenta un obbligo normativo, ma anche un’opportunità per migliorare la sostenibilità dei processi produttivi. Per sostenere l’attuazione della DQA, l’UE ha istituito la Common Implementation Strategy (CIS), una piattaforma che coinvolge Stati membri, Commissione europea, Paesi candidati, e stakeholder di diversi settori. I gruppi di lavoro tecnici del CIS elaborano linee guida e rapporti tematici utili per tradurre le politiche in pratiche operative. Le organizzazioni interessate possono candidarsi per partecipare, se in possesso dei requisiti richiesti. La governance idrica è inoltre integrata con altre iniziative europee. La Piattaforma degli stakeholder per l’inquinamento zero, creata con il Comitato delle Regioni, riunisce attori dei settori sanitario, agricolo, dei trasporti e della digitalizzazione, favorendo il dialogo intersettoriale e la definizione di soluzioni condivise. Il coinvolgimento locale è rafforzato dalla campagna Green Deal Going Local, che mira a rendere le autorità territoriali e le reti imprenditoriali partner attivi nell’attuazione delle politiche ambientali. Il monitoraggio e la trasparenza sono elementi centrali della governance idrica. L’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) e il Joint Research Centre (JRC) pubblicano regolarmente rapporti sui progressi verso gli obiettivi di qualità e resilienza. Tra questi, il Rapporto di monitoraggio sull’inquinamento zero fornisce dati utili per valutare rischi emergenti e orientare investimenti e strategie aziendali. Guardando al futuro, l’UE sta ampliando il proprio quadro di governance con il Patto europeo per gli oceani e il previsto Ocean Act del 2027. Sebbene focalizzati sugli ecosistemi marini, questi strumenti sono collegati alle politiche sulle acque dolci, attraverso obiettivi comuni di ripristino ambientale, riduzione dell’inquinamento e coinvolgimento degli stakeholder. In sintesi, la governance idrica europea è un processo articolato e inclusivo, che combina obblighi giuridici, strumenti tecnici e partecipazione multilivello. 

     

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5.2. Strategia europea per la resilienza idrica: contenuti e applicazioni

La resilienza idrica è diventata una priorità strategica per l’Europa. Eventi estremi come siccità, alluvioni e incendi stanno compromettendo la stabilità economica e ambientale, con impatti diretti sulle imprese e sulle comunità. Per affrontare queste sfide, l’Unione Europea ha adottato nel 2025 la Strategia europea per la resilienza idrica, un quadro integrato che mira a ripristinare il ciclo idrico, proteggere le risorse e garantire l’accesso equo e sicuro all’acqua. Questa strategia non solo risponde a pressioni ambientali e climatiche, ma promuove anche un’economia idrica sostenibile e competitiva.

  • La Strategia europea per la resilienza idrica nasce dalla constatazione che il ciclo idrico europeo è stato alterato da cambiamenti climatici, inquinamento e sfruttamento eccessivo. Questi fattori hanno ridotto la disponibilità di acqua dolce e aumentato la vulnerabilità dei sistemi economici e sociali. L’obiettivo dell’UE è ripristinare il ciclo idrico, proteggere le risorse e garantire l’accesso equo e sicuro all’acqua, integrando questi obiettivi con il Green Deal europeo e le politiche di adattamento climatico.

    La strategia si articola attorno a tre assi principali: proteggere il ciclo idrico dalla sorgente al mare, promuovere un’economia “water-smart” e assicurare acqua pulita e accessibile per tutti. Tra le iniziative chiave figura la Raccomandazione “Water Efficiency First”, che mira a migliorare l’efficienza idrica del 10% entro il 2030. Le imprese sono incoraggiate a ridurre i consumi, investire in tecnologie per il riuso e adottare modelli produttivi circolari. Queste misure non solo riducono i costi operativi, ma rafforzano la competitività in un contesto di crescente scarsità delle risorse.

    Il settore idrico europeo è già tra i più avanzati al mondo, con il 40% dei brevetti globali sulle tecnologie idriche, un valore aggiunto lordo di 107 miliardi di euro e oltre 1,7 milioni di posti di lavoro. L’UE intende consolidare questa leadership, promuovendo infrastrutture verdi, soluzioni digitali e innovazione tecnologica. Ciò include la riduzione delle perdite nelle reti, il potenziamento della capacità di ritenzione del suolo e l’uso di sistemi intelligenti di monitoraggio e trattamento. Le PMI attive nei settori tecnologico, ingegneristico e ambientale possono accedere a nuovi mercati, offrendo soluzioni come sensori, filtri avanzati, piattaforme digitali e servizi di consulenza.

    La strategia affronta anche i rischi legati agli inquinanti persistenti, come i PFAS, con costi stimati tra 52 e 84 miliardi di euro all’anno. Per le imprese, ciò implica l’adozione di misure preventive e il rispetto di standard più rigorosi, ma apre anche spazi di innovazione nel trattamento delle acque e nello sviluppo di tecnologie sostenibili.

    Un altro pilastro è l’equità nell’accesso all’acqua. L’UE riconosce l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari come diritti umani fondamentali. La strategia prevede interventi per migliorare le infrastrutture idriche, sostenere le comunità vulnerabili e promuovere politiche tariffarie eque. La dimensione internazionale della strategia si inserisce nella visione 2050 dell’UE e nella Water Action Agenda, promossa a livello globale. L’Europa punta a rafforzare la cooperazione transfrontaliera, sostenere partenariati internazionali e mobilitare investimenti pubblici e privati. Per le PMI, questo apre opportunità di collaborazione e accesso a nuovi mercati.

    Per sostenere questa transizione, l’UE mobilita risorse finanziarie pubbliche e private, tra cui fondi strutturali, programmi di ricerca come Horizon Europe e prestiti della Banca Europea per gli Investimenti. Anche i proventi del sistema ETS, ora esteso al trasporto marittimo, potranno essere reinvestiti nella decarbonizzazione dei settori legati all’acqua.

    Infine, per monitorare l’attuazione e favorire il dialogo, la Commissione europea lancerà il Forum europeo per la resilienza idrica, con cadenza biennale a partire da dicembre 2025. Sarà uno spazio di confronto tra istituzioni, imprese e società civile, utile per condividere buone pratiche e promuovere azioni coordinate.

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5.3. Politiche marittime dell’UE: contenuti e obiettivi del Patto europeo per gli oceani

L’oceano svolge un ruolo essenziale per il clima globale, la biodiversità, la sicurezza alimentare, la produzione energetica e l’economia marittima. L’Unione Europea, che dispone della più estesa zona economica esclusiva al mondo e concentra circa il 40% della sua popolazione entro 50 chilometri dalla costa, ha sviluppato un approccio strategico alla gestione integrata degli spazi marini. Il Patto europeo per gli oceani rappresenta il quadro di riferimento per il coordinamento delle politiche marittime dell’UE. La strategia risponde a pressioni ambientali, economiche e geopolitiche crescenti, e definisce priorità comuni per la tutela degli ecosistemi marini, lo sviluppo dell’economia blu sostenibile, la sicurezza marittima e la cooperazione internazionale

  • Il Patto europeo per gli oceani, adottato il 5 giugno 2025, è un’iniziativa che mira a integrare e coordinare le politiche marittime dell’Unione Europea in un unico quadro coerente. L’UE, che possiede la più ampia area marittima al mondo e vede il 40% della sua popolazione vivere entro 50 chilometri dalla costa, considera l’oceano non solo come un patrimonio naturale, ma come una priorità strategica. Il patto risponde alle crescenti pressioni sugli ecosistemi marini, tra cui inquinamento, cambiamenti climatici, sfruttamento e tensioni geopolitiche.

    La strategia si articola attorno a sei priorità: tutela della salute degli oceani, promozione dell’economia blu sostenibile, sostegno alle comunità costiere e insulari, sviluppo della ricerca e dell’innovazione, rafforzamento della sicurezza marittima e consolidamento della governance oceanica internazionale.

    La tutela degli ecosistemi marini è al centro del patto. La Commissione incoraggia gli Stati membri a designare e gestire aree marine protette per raggiungere l’obiettivo del 30% di protezione entro il 2030. Promuove inoltre la creazione di riserve di carbonio blu, come le praterie di fanerogame marine, che contribuiscono alla mitigazione climatica. Queste iniziative offrono alle PMI attive nel turismo, nella pesca e nei servizi ambientali opportunità di partecipare a progetti di ripristino e conservazione.

    L’economia blu sostenibile è un altro pilastro della strategia. Il settore marittimo europeo genera già 250 miliardi di euro di valore aggiunto e sostiene 5 milioni di posti di lavoro. Il patto propone una nuova strategia industriale marittima, una strategia per i porti europei e una visione per la pesca e l’acquacoltura al 2040. Questi strumenti puntano a favorire la transizione verso tecnologie a basse emissioni, modernizzare le infrastrutture e attrarre nuove generazioni attraverso una strategia di ricambio generazionale blu. Per le imprese, questo significa poter accedere a finanziamenti, entrare in reti di innovazione e aprirsi a nuovi mercati, in particolare nei settori emergenti come le energie rinnovabili marine e la biotecnologia blu.

    Il patto riconosce il ruolo centrale delle comunità costiere e insulari, proponendo una strategia dedicata per rafforzarne la resilienza e lo sviluppo. Queste comunità sono fondamentali per la produzione alimentare sostenibile e l’energia pulita. Il patto promuove piani di adattamento climatico, modelli imprenditoriali rigenerativi e strategie aggiornate per le regioni ultraperiferiche. Nel campo della ricerca e dell’innovazione, il patto introduce un’iniziativa europea per l’osservazione degli oceani e si impegna a realizzare entro il 2030 un gemello digitale dell’oceano europeo, utile per la 

    Infine, il patto rafforza il ruolo dell’UE nella governance oceanica internazionale. Sostiene la ratifica del Trattato sulle alte profondità marine, la negoziazione di un trattato globale sulla plastica e la designazione di aree marine protette nell’Oceano Meridionale.

    Per garantire l’attuazione del patto, la Commissione proporrà entro il 2027 un Ocean Act, che rivedrà la direttiva sulla pianificazione dello spazio marittimo e consoliderà gli obiettivi oceanici. Saranno istituiti un consiglio oceanico di alto livello e una piattaforma pubblica di monitoraggio per favorire la trasparenza e il coinvolgimento degli stakeholder.

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5.4. La dimensione internazionale della politica idrica dell’UE

La cooperazione internazionale è una componente strutturale della politica idrica dell’Unione Europea. In risposta a fenomeni globali come la scarsità idrica, l’inquinamento delle risorse e l’instabilità climatica, l’UE ha definito una serie di impegni multilaterali volti a promuovere la sicurezza idrica, la gestione sostenibile delle risorse e il ripristino degli ecosistemi acquatici. Queste azioni si inseriscono in accordi internazionali, programmi di finanziamento e partenariati tecnici.

  • L’Unione Europea ha consolidato nel tempo una posizione di leadership nella governance idrica globale, grazie alla sua esperienza normativa e alla capacità di promuovere soluzioni integrate. Alla Conferenza ONU sull’acqua del 2023, l’UE ha contribuito in modo significativo alla Water Action Agenda, presentando 33 azioni concrete che mirano a rafforzare le partnership internazionali, promuovere lo scambio di conoscenze e dare maggiore visibilità politica alle sfide legate all’acqua.

    La visione europea al 2050 punta a garantire la sicurezza idrica per tutti, tutelare il diritto umano all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, e ripristinare gli ecosistemi acquatici. Questi obiettivi hanno ricadute dirette sulle imprese, in particolare nei settori agricolo, energetico e industriale, dove la disponibilità e la qualità dell’acqua influenzano la produzione, la logistica e la competitività.

    Le sfide globali sono rilevanti e urgenti. Oggi, una parte significativa della popolazione mondiale vive in condizioni di scarsità idrica, mentre la maggior parte delle acque reflue viene scaricata senza trattamento. Inoltre, la quasi totalità dei disastri naturali è legata all’acqua. Senza interventi coordinati, entro il 2030 quasi metà della popolazione mondiale potrebbe affrontare condizioni di stress idrico acuto. L’UE risponde con un approccio multilaterale, promuovendo la gestione integrata delle risorse idriche, il riuso, l’efficienza e la cooperazione transfrontaliera come strumenti di stabilità e sviluppo.

    Questa strategia si traduce in azioni concrete, come il sostegno alla ratifica del Trattato sulla biodiversità oltre le giurisdizioni nazionali e il finanziamento di iniziative globali come il Global Ocean Programme, con risorse destinate ai Paesi in via di sviluppo. L’UE investe anche nella mobilitazione di risorse finanziarie, nella ricerca e nell’innovazione, facilitando la condivisione di competenze e tecnologie oltre i confini nazionali.

    Le imprese attive nelle tecnologie idriche, nei servizi ambientali e nell’agricoltura sostenibile possono accedere a mercati emergenti, partecipare a progetti di cooperazione e contribuire alla transizione globale verso la resilienza idrica. La leadership europea nell’innovazione, con una quota significativa dei brevetti mondiali nel settore, rafforza la capacità di esportare soluzioni e competenze.

    Inoltre, l'UE promuove accordi transfrontalieri e una gestione condivisa dei bacini idrografici, contribuendo alla prevenzione dei conflitti e alla stabilità regionale. Questo approccio crea condizioni favorevoli per gli scambi commerciali e gli investimenti, con benefici diretti per le imprese europee.

     

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